Vedere un libro che ti è piaciuto in cima alle classifiche dà un certo brivido di entusiasmo, che magari si vorrebbe provare più spesso tanto per avere fiducia nel proprio destino di lettore.

Se poi qualcuno come Bernardo Valli su Repubblica ci scrive su un bell’articolo che dice più o meno tutto quello che ha senso dire a chi non l’ha ancora letto, resta poco da aggiungere.

gregory roberts

“Ho impiegato molto tempo e ho girato quasi tutto il mondo per imparare quello che so dell’amore, del destino, e delle scelte che si fanno nella vita. Per capire l’essenziale però, mi è bastato un istante, mentre mi torturavano legato a un muro. Tra le urla silenziose che mi squarciavano la mente riuscì a comprendere che nonostante i ceppi e la devastazione del mio corpo ero ancora libero: libero di odiare gli uomini che mi stavano torturando oppure di perdonarli. Non sembra granché, me ne rendo conto.
Ma quando non hai altro (…) una libertà del genere rappresenta un universo sconfinato di possibilità. E la scelta che fai, odio o perdono, può diventare la storia della tua vita”

Il signore che ha scritto questo meraviglioso incipit e che vedete ritatto al centro della foto ha deciso di raccontare in Shantaram un pezzo della sua incredibile storia, quella che non inizia ai tempi dell’eroina e delle rapine, in Australia, ma nell’India in cui ripara dopo l’evasione dal carcere.

Un’avventura tra chi è miserabile perché il fato lo ha fatto nascere in uno slum e chi lo diventa tradendo amici e amanti per il denaro che soffoca ogni residua dignità.

Gregory Roberts non è solo uno spettatore di ciò che racconta, è lo specchio dei volti che incontra e che deforma con le sue reazioni spostando di continuo il confine tra il bene e il male. Regalando onore ai peggiori criminali che lo accolgono come un figlio, riaccendendo qualcosa che somiglia all’amore, e forse lo è, in chi non crede in nulla.

Un libro intenso, da leggere con la calma estiva, senza sentirsi troppo in colpa se si salta qualche pagina e senza scomporsi troppo per le cadute retoriche e qualche frase troppo limata. La sua autenticità è nei suoi vizi quanto nelle sue virtù.

Gregory David Roberts, Shantaram, Neri Pozza, 23 €

Foto: Stéphane Gautronneau

“Prima o poi gli umani si estingueranno. Tutto si estingue, almeno finora. È come la morte: non c’è ragione di pensare che noi siamo diversi. Ma la vita continuerà. Forse dapprima sarà solo vita microbica. Magari in giro ci saranno solo centopiedi. Poi la vita andrà sempre migliorando, con o senza di noi.”

L’esercizio di immaginazione di Alan Weisman è un lungo viaggio che attraversa il cosmo e le ere geologiche misurando l’effetto che la comparsa dei bipedi “intelligenti” ha avuto sul pianeta.

Un percorso che non lascia molte speranze a chi ancora crede le molteplici devastazioni perpetrate sull’ambiente dalla smodata crescita della razza umana siano riparabili e correggibili con una manciata di buoni consigli.

L’effetto immediato di questo libro, se superate le divagazioni un po’ tecniche su flora e chimica, è farci sentire quel che siamo: un minuscolo fastidioso foruncolo sul sedere della Terra che si è allargato a infettarne corpo e polomoni.

Ma anche cogliere e apprezzare l’infinita vastità delle forme di vita altre che con noi convivono e che ci sopravviveranno. Un giorno, in forza di una catastrofe e o di un virus che ci leverà di mezzo, saranno libere di riprendersi quel che rimane.

E se un giorno davvero un’intelligenza aliena avrà la sventurata idea di scendere su questo pianeta, speriamo non abbia la sfortuna di incappare in uno dei depositi dove pensiamo di archiviare i nostri rifiuti: spazzature nucleari e chimiche dissolvibili in migliaia di anni.

Una libro per riflettere anche sotto l’ombrellone, che si tiene tutto sommato lontano dalle prediche moraleggianti per dispiegare semplicemente il quadro di quel che abbiamo fatto e quel che lasceremo.

Alan Weisman, Il mondo senza di noi, Einaudi, 14,50 €
Foto: Azrainman

TostoiniPer tutti i fan della tartartista preferita da Sottotomo: su Etsy sono finalmente in vendita le magliette con il mitico Alphonse, la borsa, le spillette, gli specchietti da borsa, gli anelli e le nuovissime t shirt di gatto acido!

Aspettiamo i segnalibri;-)

Al-Aswani ‘Ala deve avere un debole per la polvere: quella della sua patria, l’Egitto, quella portata dal vento nella città americana che dà il titolo a questo romanzo, ma anche quella che siamo e che torneremo ad essere, come mostrano efficacemente le vicende dei suoi personaggi.

Dottorandi egiziani in cerca di un’occasione, americani stanchi di essere contro, uomini e donne che cercano disperatamente di “farcela”, che questo significhi avere successo o semplicemente sopravvivere alla propria cultura.

Ogni individuo è un mondo, una microstoria che si intreccia con vicende piccole e grandi che finiscono inesorabilmente per stritolarlo. Come in Palazzo Yacoubian , non c’è modo di sfuggire al proprio destino, colpevoli e innocenti sono piegati alla stessa logica che punisce ogni aspirazione.
Ma lo sguardo di Al-Aswani ‘Ala non è semplicemente cinico, c’è un voler bene a questi personaggi, come se anche lui sperasse che forse, in fondo, non tutto fosse perduto.

E forse la speranza c’è davvero, anche se non è mai detta: che i singoli si emancipino dai loro destini facendoli convergere e guardandoli dall’alto intessere le loro trame.
O forse la speranza è solo in chi legge…

Al-Aswani ‘Ala, Chicago, Feltrinelli, 17,50 €
Foto: Naked_eyes

Lo immagino a misurar virgole con ferri sconosciuti e rabboccare pipe con polpastrelli al dolce soffio di mandarino. C’è questa specie di figura vivida che viene fuori dalle pagine. Sarà la prosa cesellata finemente, parola per parola, in un azzardo costante… che ne so, macchia.
Ciascun personaggio ha la stessa lingua, infetta e moribonda, librata in aria, e ancora, arricciata e cadenzata, Marta come il Gran Magro.
“Ascoltami aggiunse, con una torva solennità, e ricordati. Io sola sono vera e sarò vera finché vivo. Voi, gli altri, siete appena barlumi e finzioni che sento respirare e parlare al mio fianco. E la storia non riguarda che voi, io non so cosa vuol dire. Capiscimi: nei miliardi di secoli passati e futuri io non so trovare evento più importante della mia morte. E tutte le carneficine e derive di continenti e scoppi di stelle sono soltanto canzonetta e commedia, al confronto di questo minuscolo e irrepetibile cataclisma, la morte di Marta. Cosa non farei per ritardarlo d un attimo. La puttana, la spia, l’aguzzina. E chissà che non l’abbia già fatto.”
Ecco, allora arriva questa improvvisa necessità: staccare una ad una le pagine e divorarle, mangiarle, ingoiarle, tale è il desiderio di possesso e l’incanto.
Mi prende d’un entusiasmo infantile ad immergermi in questo metronomo linguistico, di una musica che non so dire, ma che si attaglia perfettamente alla luce che entra dalla mia finestra.
Ed è pulviscolo al sole, così come un malandato in una campagna secca di Sicilia.
Tosse e umido, parole lippose e calde senza nessuna fretta della meta.
Sospese come una prognosi, perfettamente intrecciate come un’anamnesi, con quel po’ d’amore, o meglio incantesimo, incassato qua e là, che serve a far scivolare meglio l’anima tra terra arsa e crepitii di morti.
Sì, di “giovinezze cariate” nel corpo, di stanchezza dell’attesa, di ultimi scampoli di carezze e idee, è fatto di questo e di incedere eterno.
Pieno di orizzonti e di lunghissime pennellate, come un meriggio estivo ammirato all’ombra di pergolati. Una lingua umida di anima, gonfia, che tracima e nello stesso tempo affluisce in storia.

“E questo era bello: andarsene così a spasso con passi d’aria per montagne e pianure, clandestini senza biglietto, contrabbandieri di vita. Almeno finché la babilonia della luce non fosse tornata a proclamare sui tetti, per chi se ne stava dimenticando, che un altro giorno ci aspettava dietro l’angolo, con la sua razione infallibile di dileggio e di pena. E sarebbe stato un giorno di meno, uno dei pochi rimasti”.

Siamo felici di dare il benvenuto a una nuova Sottotoma: JoMarch, una fanciulla il cui stile vi catturerà.
Mentre lei si presenta nel chi siamo, noi aspettiamo la sua prima recensione con molta impazienza

zombieLasciate un attimo da parte il titolo. Lasciate da parte il nome dell’autore (sì, è proprio il figlio di Mel Brooks). Insomma, mettete da parte ogni pregiudizio perché questo libro potrebbe salvarvi davvero la vita!

Forse non ci avete mai pensato, ma sapreste di progettare su due piedi una difesa della vostra dimora che vi permettesse di resistere a un lungo assedio? E se la vostra comunità fosse minacciata in modo così terribile da costringervi a rifugiarvi in una sperduta località montana, sapreste organizzare e gestire le risorse a vostra disposizione?

Questo testo spiega in modo dettagliato, semplice e soprattutto serissimo, come reagire a questi e altri accadimenti senza lasciarci le penne.
Il talento di Max Brooks è esattamente nel rendere pienamente plausibile ogni dettaglio, riprendendo il linguaggio e lo stile dei tanti manuali pratici sfornati dall’editoria americana.

Certo, capiterà anche a voi di leggere d’un fiato i capitoli dedicati ai migliori veicoli di fuga, trovarvi numerosi utilissimi suggerimenti e sobbalzare lievemente sulla sedia quando si specifica che no, i mezzi a motore non sono il massimo perché attirano i non morti, oppure sì, un paio di tappi per le orecchie sono indispensabili perché il loro lamento è davvero molto fastidioso.

In appendice non manca una lunga e documentata rassegna dei più efferati attacchi di zombie dall’antichità a oggi, a chiaro scopo esemplificativo di cosa è opportuno evitare se non si vuole diventare il prossimo pasto del vicino di casa passato a non vita.

Buona lettura e ricordate: nessun mitra può sostituire un bel colpo di ascia alla base del collo!

Un doveroso grazie a Kaneda per la segnalazione

Max Brooks, Manuale per sopravvivere agli zombi, Einaudi, 14,50€

Foto: Drunken Monkey

Locandina Gomorra Gomorra è un libro sul potere.
Stabilire se si tratti di un romanzo o di altro è una “questione di lana caprina”, come del tutto condivisibilmente affermato da Wu Ming 1, che usa per esso l’espressione “oggetto narrativo non identificato” (”indifferentemente narrativa, saggistica e altro: prosa poetica che è giornalismo che è memoriale che è romanzo”).

Non costituisce un “semplice” (in accezione non limitativa) reportage sulla camorra e sugli eventi che hanno coinvolto Napoli, il casertano e in generale la Campania specie negli ultimi 15 anni, sebbene ovviamente sia anche questo, e gran parte della sua strutturazione ricordi per l’appunto una puntata di Report.
Ma da un lato i continui riferimenti all’organizzazione camorristica, al “Sistema” [cit.], come metafora esemplare del capitalismo corrotto (una similitudine frequente, che percorre, e si ripresenta in, quasi tutti i vari episodi*), e d’altro canto la rivendicazione teoretica e di poetica della “parola” quale unico e potente strumento per contrastarla (attribuzione attuata per mezzo di un linguaggio materico, con parole che si vogliono fare avvicinare al grado zero; e ribadita da un esplicito richiamo testuale a Pasolini, la cui importanza centrale è determinata dal fatto che costituisce una lunga dichiarazione dell’io narrante/narratore, il momento più esteso in cui compare direttamente), contribuiscono in maniera secondo me fondamentale a porre la soggettività romanzesca di Saviano, il cui unico punto debole mi sembra un inutile andare, a tratti, sopra le righe, un calcare la mano che svela la propria artificiosità.

Il film è liberamente tratto da alcune delle storie del libro.
Mentre questo possiede la precisione della forza documentaria, inappuntabile, indiscutibile, Garrone sceglie una maggiore evocatività, procede per passaggi allusivi, che a volte rasentano, in sé, l’incomprensibilità (come nella scena dell’asta per le sartorie).
Punta più decisamente sulla potenza delle immagini, segue con minore distanza analitica i personaggi, si confonde tra loro e le loro parlate dialettali nei panni di una camera a mano che tuttavia quando occorre sa tramutarsi, staccarsi in piani sequenza, campi lunghi e panoramiche.
Ma questa maniera di girare, pure affermando con decisione la presenza autoriale (e poetica), risulta in ogni caso messa al servizio della “gomorrità”, sceglie in sostanza un’altra strada per rendere lo stesso massimamente vivido il soggetto trattato.

Siamo dunque in presenza di due opere piuttosto differenti, per quanto palesemente basate sulla medesima traccia.
Due declinazioni dello stesso tema, che andrebbero fruite insieme per un disegno generale, ma a una certa distanza (anche temporale) l’una dall’altra per cogliere appieno la forza e l’artisticità di due grandi autori.

*Nel film questi riferimenti metaforici al Sistema sembrano mancare, trovandosi unicamente in brevi e ficcanti accenni/battute (assegnati al personaggio interpretato da Servillo, nel cui episodio compare non a caso, come coprotagonista, la figura incarnazione del narratore/cosceneggiatore Saviano).

Roberto Saviano, Gomorra, Mondadori, 2006, 15,50 €

Matteo Garrone, Gomorra, Italia, 2008

Siamo stati via a causa del trasloco, ma ora grazie al solerte matteotrattino siamo tornati in pista! Ringrazio tutti i lettori e i collaboratori di Sottotomo per la pazienza:-)

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