Archive for the 'asSaggi' Category

Rubare e mentire non è umano?

Sdrucciola febbraio 18th, 2010

Questa non è proprio una recensione, ma approfitto dell’ultimo exploit papale per ricordare un grande filosofo, Luigi Pareyson. Il motivo è semplice: dietro l’affermazione di Bendetto XVI c’è la solida convinzione cristiana che l’essere umano, in quanto creato a immagine e somiglianza di Dio, non possa che essere fondamentalmente buono.

Il male viene da qualche altra parte, per alcuni dall’uso errato del libero arbitrio,  per altri dal demoni, forse per qualcuno dalle radiazioni cosmiche…

Il punto è che c’è qualcuno come Luigi Pareyson, grande filosofo italiano, che da credente si è interrogato sul problema di quel male che proprio non possiamo ricondurre a una privazione di bene. Quel male che viene definito “ontologico” perché ha una sua dose di “essere” . [Chiedo scusa ai filosofi di passaggio che saranno raccapricciati dalla formulazione]

Ecco, diciamo semplificando che se questo male esiste, diventa un po’ difficile far tornare i conti. Pareyson ci riusciva parlando di un Dio che si affaccia su un abisso, che sperimenta prima dell’uomo la tragedia della scelta, che affronta e supera  il male con cui anche l’uomo dovrà fare i conti. Di un Dio libero insomma, e libero proprio in virtù dell’esistenza di questo male.

Quello che ho abbozzato in modo approssimativo e cialtrone (chiedo scusa, il tempo e la memoria mi remano contro) si ritrova in  Filosofia e libertà, un grande piccolo libro che dovreste agguantare casomai lo vedeste in una bancarella. Consigliato soprattutto ai credenti inquieti.

Serge Latouche, Mondializzazione e decrescita – L’alternativa africana

LaLena dicembre 29th, 2009

mercato-senegalNel 1943, con sguardo lucido e profetico, Simone Weil metteva in guardia l’Europa dai pericoli e da tutte le perdite che avrebbe comportato l’americanizzazione, per cui i tragici eventi in corso stavano contribuendo a gettare fondamenta a dir poco durature, e proponeva, come antidoto per rimanere “spiritualmente vivi”, “un contatto nuovo, vero, profondo con l’Oriente”.  Oggi, scrivono Mirella Giannini e Massimo D’Amico nell’interessante prefazione a questo libro di Latouche, l’Oriente non rappresenta più una vera alternativa al mondo occidentale, le cui logiche auto-annientanti potrebbero invece essere decostruite a partire dal continente più periferico nel sistema globale dei poteri: l’Africa. Non la “derelitta Africa ufficiale”, quella della decolonizzazione abortita, ma l’Africa informale, una società che Latouche chiama “vernacolare”, dove “si è ingegnosi senza essere ingegneri, intraprendenti senza essere imprenditori, industriosi senza essere industriali”. Un laboratorio che ricicla creativamente “gli scarti della modernità” e che trova la sua espressione più eloquente nei mercati-incontro, dove ci si scambiano prodotti e parole, dove economia e tecnica confluiscono, comunque e sempre, in un tessuto sociale estremamente ricco, la vera risorsa che permette di sopravvivere nel sottosviluppo. La proposta dello studioso non è basata su ipotesi puramente teoriche, ma parte da indagini sul campo – in Senegal – e analisi accurate degli equilibri economici mondiali (Latouche è antropologo ed economista), nonché corredata da suggerimenti sulle strategie praticabili perché l’esclusione dal progresso diventi un’occasione di cui approfittare per sottrarsi alle tentazioni del mimetismo culturale e industriale. Mentre prospetta questa società alternativa al capitalismo sviluppista, Latouche spiega come l’Africa possa contribuire a disintossicare l’Occidente, spingendolo pian piano ad adottare un’ottica “pluriversalista”, tesa a una crescita collettiva che privilegi finalmente l’attenzione per l’ambiente e per i legami sociali. Secondo Latouche, infatti, il grande insegnamento che l’Africa ci può dare, se solo ci decidiamo ad ascoltarla, riguarda proprio l’ambito in cui la civiltà occidentale è più carente: quello delle relazioni, grazie alle quali questo continente conserva una sua, altrimenti inspiegabile, vitalità. Profonda e indelebile. Vista così, l’Africa può diventare il paradigma di quel progetto di “decrescita serena” che Latouche va delineando e diffondendo ormai da parecchi anni, teso a “reintrodurre una forte dose di saper vivere, in un mondo che soffre per un eccesso di saper fare”. A tal fine una convergenza tra la saggezza africana e l’esperienza storica europea potrebbe essere estremamente propizia, a patto però che essa avvenga all’insegna di una consapevolezza profonda, di un desiderio di conoscenza reale, che non si esaurisca nel solito ritornello delle “ibridazioni” e dei “meticciati”, originariamente intuizioni brillanti ma che ormai appartengono a un’ortodossia multiculturalista spesso superficiale e modaiola. Perché la vera sfida, come sostiene il teologo indo-catalano Panikkar, è intraculturale ancor più che interculturale. La convivialità è, infatti, qualcosa di molto più forte della tolleranza reciproca, perché parte dalla presa d’atto che l’alterità è intrinseca al soggetto: se io non trovo in me lo spazio in cui ospitare l’indù, il musulmano, l’ebreo, l’ateo, l’altro – nel mio cuore, nella mia intelligenza, nella mia vita – non potrò mai entrare veramente in dialogo con lui.
Questa Africa con la sua economia informale, la persistenza della solidarietà quotidiana, la sua logica del dono e una paradossale saggezza democratica basata sulla parola dà vita a un pensiero in grado di agire nel sociale, a una forma di giustizia basata sulla vicinanza e sul contatto diretto, a una precisa formulazione di un senso profondo, in cui le relazioni e il calore umano hanno un ruolo di primo piano. L’ottica di Latouche è problematizzante, a tratti le sue analisi lasciano il lettore confuso e titubante, mettono in crisi i suoi parametri. Il tratto meno convincente è forse la contrapposizione un po’ manicheistica tra un’Africa ambigua e corrotta e un’Africa, invece, che pare completamente virtuosa (per compensare la quale propongo la lettura del bellissimo saggio di Achille Mbembe, Postcolonialismo), eppure il suo discorso è avvincente. Per i ribaltamenti di prospettiva che implica, le potenzialità che schiude, il ritratto complesso del continente africano come prezioso intreccio di voci e di storie finalmente da ascoltare. Per (de)crescere.

Serge Latouche, Mondializzazione e decrescita – L’alternativa africana, Bari, Edizioni Dedalo, 2009, traduzione di Vito Carrassi, 14 euro

Loretta Napoleoni – Economia canaglia

Sdrucciola ottobre 18th, 2009

Alle radici dell’economia del terrore c’è quella che Loretta Napoleoni definisce, con la lucidità a cui ci ha abituati, l’economia canaglia.

Dalla pirateria in rete a quella nei mari, dalla ‘ndrangheta alla mafia russa, passando per la tratta delle schiave, la mappa della criminalità mostra ombre che preferiamo ignorare. In nome della libertà di consumo preferiamo non vedere e non sapere.
Ma la cattiva coscienza non può coprire i tanti elementi che ci ricordano quanto la vita economica sia ormai strettamente intessuta di illegalità.

Loretta Napoleoni non ha scritto un pamphlet. Ma una proposta, tra le righe, la si ritrova. Ridare alla poltica lo spazio che le spetta, restituendo dignità al desiderio delle persone di orientare le proprie scelte sociali.

Per un’economia che non si trasformi sempre più in un mostro senza testa. Un libro da leggere per ridiventare, tutti, un po’ più responsabili. Il libro è del 2007 e qualche parte può essere stata superata dai fatti. La sostanza, purtroppo, non sembra cambiata.

Loretta Napoleoni, Economia canaglia, Il Saggiatore, 10 €

Marco Rovelli – Lager italiani

Nathan febbraio 4th, 2009

Stasera (mercoledì 4 febbraio) il governo è stato battuto sulla proposta di portare a 18 mesi (dai 60 giorni attuali) il periodo di detenzione in un Centro di Identificazione ed Espulsione (ex Cpt). Un segnale insperato che mostra come, sulla linea della cattiveria annunciata dal Ministro degli Interni, la maggioranza sia tutt’altro che compatta.

Ma che cosa sono i CIE? Qual è la “qualità di vita” di un immigrato che incorre nella reclusione in uno di questi centri che, nell’intenzione del legislatore, avrebbero dovuto essere delle “sale di attesa” affacciate sull’espulsione?

Marco Rovelli, in questo libro dato alle stampe ormai tre anni fa, racconta un’umanità con la forza dell’attualità più stringente. Che siano del Sud America o del Nord Africa, Pachistani o Senegalesi, gli “irregolari” di Rovelli raccontano, a volte in prima persona, altre con la mediazione della voce dell’autore, le proprie traiettorie personali, vicende intime che diventano corali, all’insegna del denominatore comune della privazione della libertà e spesso della speranza.

Detenuti in locali per una gran parte fatiscenti, nella generale carenza di assistenza sanitaria e legale, privati, in molti casi, anche della più elementare informazione sulla condizione di “clandestino in attesa di espulsione” ed esposti alle violenze di altri detenuti e del personale addetto alla sorveglianza, gli “ospiti” dei Centri di Identificazione ed Espulsione si trovano a vivere in una vera e propria condizione di internati, con la sola colpa di non essere in regola con i documenti, privati della libertà senza aver commesso reati, subito processi, né condanne.

Solo alla fine delle 283 pagine di questo libro ottimamente documentato e corredato in appendice di un censimento dei Cpt ancora attivi all’uscita del volume, potremo rispondere con piena consapevolezza alla domanda “Lager italiani: è solo un titolo sensazionalistico?”

Un link che suggerisce la risposta: “Io, clandestino a Lampedusa” di Fabrizio Gatti

Marco Rovelli, Lager italiani, BUR, € 9,80

Eduardo Galeano – Specchi

Sdrucciola gennaio 29th, 2009

Di cosa è fatta la storia del mondo?
Innanzitutto di persone. Molte delle quali non ritroverete nei libri di storia, perché non sono mai state dalla parte giusta o perché il loro posto è stato preso dalla leggenda creata nel loro nome.
E poi ci sono le guerre, i miti, le scoperte e tutti gli accadimenti che sono conquiste per alcuni, morte e oblio per altri.
Infine, ci sono le storie, che forse raccolgono tutto questo.

Eduardo Galeano è famoso soprattutto per un libro che ha sempre a che fare anche con la storia. Le vene aperte dell’America Latina ricostruiva quella del continente per riuscire a leggere nel suo presente.

Qui l’analisi diventa lungo racconto a frammenti che non cerca di raccontare tutto, ma ad ogni pagina sceglie di ricordare. Il risultato sorprendente è che dal buio del nostro passato emergono volti nuovi o vecchie conoscenze del tutto o in parte trasfigurate dalla rilettura di Galeano.

Perché mail il Che ha questa pericolosa abitudine di continuare a nascere? Quanto più lo manipolano, quanto più lo tradiscono, tanto più nasce(…). Ma non sarà  perhé il Che diceva quello che pensava, e faceva quello che diceva? Non sarà  per questo che continua a essere così straordinario, in un mondo dove le parole e i fatti si incontrano raramente, e quando si incontrano non si salutano, perché non si riconoscono?

Più prosaicamente consiglio il libro a tutti gli amanti del “Forse non tutti sanno che…” perché troveranno pane per i loro denti. E lo consiglio a tutti coloro che si domandano perché così poche donne siano citate nei libri di storia.

Eduardo Galeano, Specchi. Una storia quasi universale, Sperling & Kupfer, 18.50 €

Foto: Miss_Blackbutterfly

Loretta Napoleoni, Ronald J. Bee – I numeri del terrore

Sdrucciola dicembre 8th, 2008

L’obiettivo del terrorismo, qualsiasi terrorismo, è fare sentire insicuro e fragile il suo obiettivo. Come dimostrano i recenti avvenimenti, ci riesce benissimo.
Ma c’è qualcun’altro che lavora fervidamente per farci sentire sempre più spaventati: i governi che dicono di volerci proteggere.
Come opporsi a questo dilagare della paura che paralizza la ragione? Loretta Napoleoni (economista esperta di criminalità nota ai lettori di Internazionale) e Ronald J. Bee pensano che i numeri siano un ottimo modo per riuscirci.

Numeri, fatti e statistiche al posto di supposizioni, spauracchi e leggende. Per dimostrare che le nostre probabilità di cadere vittime di un attentato di matrice terroristica sono davvero minime. Se è il caso, anche facendoci sorridere delle nostre paure:

Con la sola eccezione dei dirottatori dell’11 settembre, il terrorismo islamico è caratterizzato da una grande mancanza di professionalità. [...] come la cellula marocchina al Qaeda che si è persa nella Medina di Rabat mentre andava a farsi esplodere davanti all’ambasciata statunitense; o i “baby terroristi”, adolescenti musulmani delle Midlands brittaniche, scappati di casa per diventare martiri, che ogni sera chiamavano le madri per rassicurarle sul loro stato di salute.

Napoleoni e Bee ci spiegano nel dettaglio che per fabbricare un ordigno nulceare occorrono conoscenze, materiali e risorse energetiche tali da rendere l’operazione impraticabile per un gruppo terroristico e decisamente poco conveniente per uno stato canaglia.

Se vogliamo spaventarci davvero, possiamo sempre osservare i dati sulla crescita della criminalità comune in Occidente nell’ultimo decennio e osservare il danno della strategia della paura dei nostri governi che hanno distolto più che ingenti risorse dalla lotta contro la criminalità per destinarle alla guerra al terrorismo.

Ma lo hanno fatto per farci sentire più sicuri. Certo, con la crisi che alita sui nostri mutui e l’erosione della spesa pubblica, ci sentiamo molto più sicuri…

Ciò non toglie, come dimostrano i fatti, che il terrorismo internazionale, di qualsiasi matrice, continua a operare in vaste zone del mondo. Quello che spiegano i due autori è che se continuiamo così, costruendo e ingigantendo il mito del nemico invece di affrontare le cause che lo sostengono, non faremo altro che alimentarlo. E allora sì, che avremo ottime ragioni per avere paura.

Loretta napoleoni, Ronald J. Bee, I numeri del terrore, Il Saggiatore, 12 €

Alan Weisman – Il mondo senza di noi

Sdrucciola luglio 30th, 2008

“Prima o poi gli umani si estingueranno. Tutto si estingue, almeno finora. È come la morte: non c’è ragione di pensare che noi siamo diversi. Ma la vita continuerà. Forse dapprima sarà solo vita microbica. Magari in giro ci saranno solo centopiedi. Poi la vita andrà sempre migliorando, con o senza di noi.”

L’esercizio di immaginazione di Alan Weisman è un lungo viaggio che attraversa il cosmo e le ere geologiche misurando l’effetto che la comparsa dei bipedi “intelligenti” ha avuto sul pianeta.

Un percorso che non lascia molte speranze a chi ancora crede le molteplici devastazioni perpetrate sull’ambiente dalla smodata crescita della razza umana siano riparabili e correggibili con una manciata di buoni consigli.

L’effetto immediato di questo libro, se superate le divagazioni un po’ tecniche su flora e chimica, è farci sentire quel che siamo: un minuscolo fastidioso foruncolo sul sedere della Terra che si è allargato a infettarne corpo e polomoni.

Ma anche cogliere e apprezzare l’infinita vastità delle forme di vita altre che con noi convivono e che ci sopravviveranno. Un giorno, in forza di una catastrofe e o di un virus che ci leverà di mezzo, saranno libere di riprendersi quel che rimane.

E se un giorno davvero un’intelligenza aliena avrà la sventurata idea di scendere su questo pianeta, speriamo non abbia la sfortuna di incappare in uno dei depositi dove pensiamo di archiviare i nostri rifiuti: spazzature nucleari e chimiche dissolvibili in migliaia di anni.

Una libro per riflettere anche sotto l’ombrellone, che si tiene tutto sommato lontano dalle prediche moraleggianti per dispiegare semplicemente il quadro di quel che abbiamo fatto e quel che lasceremo.

Alan Weisman, Il mondo senza di noi, Einaudi, 14,50 €
Foto: Azrainman

Paul Preston – La guerra civile spagnola 1936 – 1939

Nathan febbraio 17th, 2008

Come spesso si è letto sui libri di storia, La guerra civile spagnola fu il banco di prova della seconda guerra mondiale. In essa Hitler testò gli armamenti che il suo apparato industriale e militare stava mettendo a punto. Il bombardamento di Guernica fu la prima operazione che portò alla totale distruzione di una città in un solo pomeriggio ad opera dell’aviazione. Mussolini s’impegnò inviando truppe e armamenti, a Guadalajara incassò un’umiliante sconfitta, a Santander si appropriò di una vittoria solo in parte sua facendo sfilare in pompa magna le sue (non troppo motivate) truppe nelle strade della città. Tutto come da copione.

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Ma il libro di Paul Preston ci mostra come la tragedia spagnola degli anni trenta abbia origini più lontane. Affonda le radici nella storica arretratezza di questo paese e nell’incapacità della sinistra di affrontare la complessa modernizzazione attraverso l’unità della sue forze. Le divisioni nei partiti che si richiamavano ai valori del progresso sociale e il complesso intrecciarsi di spinte radicali con scelte moderate indebolirono l’azione del governo a guida repubblicana e socialista, che nei primi anni trenta si trovò a dover affrontare il contraccolpo della crisi del ’29 nella già difficile situazione economica del paese. Dall’altro lato, la violenta arroganza dei latifondisti al sud e della nascente borghesia industriale del nord, in un clima di sommosse contadine e proteste operaie, spostò progressivamente gli equilibri della destra verso posizioni meno legalitarie e più oltranziste.

Le elezioni del ’36, dopo una parentesi di governo a guida conservatrice, riportarono la sinistra al potere. Fu l’avvio del colpo di stato, l’inizio di una guerra civile lunga tre anni che costerà al paese un milione di morti. Francisco Franco, il più giovane dei generali ribelli, tanto abile quanto privo di scrupoli, ne diverrà il Caudillo a colpi di stragi di massa e processi sommari, disseminando in tutto il paese centinaia di fosse comuni che solo negli ultimi anni gli spagnoli hanno deciso di riscoprire.

La politica dell’appeasement inglese, e il conseguente embargo internazionale, condannò le forze accorse in difesa della Repubblica a una sostanziale inferiorità di mezzi di fronte alle più moderne armi fornite da Hitler ai fascisti. Accettare il sostegno di Stalin non fu che una scelta obbligata, una decisione che creò nuove divisioni all’interno del fronte anti-franchista, uccisioni mirate di Trockisti e anarchici da parte di agenti russi e, non ultimo, scontri armati in campo aperto tra le milizie anarchiche della CNT, alleate ai comunisti dissidenti del POUM, e le forze del PCE, armate ed organizzate da Mosca.

Il 1° aprile del 1939 Franco ricevette un telegramma dal Papa per ringraziarlo per l’immensa gioia che la vittoria cattolica della Spagna gli aveva arrecato. Quella che lo stesso Franco aveva ribattezzato “la nuova crociata contro gli infedeli” era conclusa. L’alleanza delle oligarchie industriali e agrarie con i militari e la Chiesa cattolica aveva trionfato.

Immagine: Carta delle fosse comuni franchiste (un censimento provvisorio), da Photospain, Flickr

Paul Preston, La guerra civile spagnola, Mondadori, € 7,80

Umberto Veronesi – Il diritto di morire. La libertà del laico di fronte alla sofferenza

Dottor Carlo gennaio 15th, 2008

L’argomento dell’eutanasia è tra i più spinosi e correnti, specie in un Paese dove ancora a influenzare profondamente le decisioni politiche, nonostante una (ipocritamente) dichiarata laicità, è la morale cattolica.

A distanza di poco più di due anni dalla sua uscita (un anno dalla ristampa in una diversa collana), e visti alcuni recenti accadimenti nonché l’inasprimento dell’oscurantismo ratzingeriano, il libretto di Veronesi risulta quanto mai attuale.
Anche per il fatto che il suo discorso tocca il versante del rapporto tra la sofferenza, la medicina, la morte e il pensiero cristiano cattolico, per poi allargare lo sguardo a comprendere altre religioni, come l’ebraismo, il protestantesimo, l’islamismo; e le concezioni che a tale proposito avevano i Greci, i Romani, gli uomini del Medioevo; e quindi gli indiani, i Valdesi…

Tutto ciò soltanto in un quinto circa dell’intero libro, ossia in pressappoco 20 pagine.
Perché poi si deve parlare della vita e della consapevolezza del sé, delle condizioni della medicina contemporanea, del rapporto tra medico e paziente, del dolore e della sofferenza, dell’uso farmaceutico degli oppiacei, della trattazione dell’argomento della morte nel pensiero occidentale moderno, delle varie legislazioni in materia…

Troppo materiale, in sostanza; ciascun argomento avrebbe meritato un corposo saggio a sé. Non solo, ma quanto si trova risulta organizzato male, quasi in una serie di brevi riflessioni che appaiono sì lucide e chiaramente esposte, ma che forse avrebbero richiesto una diversa sistemazione in uno spazio per l’appunto più vasto.

L’effetto che si ottiene è probabilmente l’opposto di quello che si sarebbe voluto mediante questa sorta di pamphlet, non polemico ma divulgativo.
Il lettore rimane con una serie di nozioni che fa fatica ad assemblare in un pensiero coeso, e che hanno il potere di scivolare via senza molte tracce e di disperdersi.
Dispiace, perché si voleva parlare proprio bene di un libro con una tematica del genere.

Umberto Veronesi, Il diritto di morire. La libertà del laico di fronte alla sofferenza, Mondadori, 8,40 €

Ugo Cornia – Le pratiche del disgusto

Panzallaria novembre 13th, 2007

Ugo Cornia scrive in un modo così dentro alle cose e alle emozioni che mi ha incantata fin dai tempi di Sulla felicità ad oltranza.

Con Le pratiche del disgusto lo scrittore modenese riesce a comporre una filosofia del quotidiano che rende il libercolo non solo una lettura appassionante ma anche grande spunto di riflessione.

In un’epoca corrotta – e non secondo la morale cattolica – dove cultura e intelligenza non sempre coesistono e corrispondono, bisogna fare molta attenzione a ciò che si assorbe dal mondo circostante. Potrebbe essere linfa vitale, ma potrebbe essere anche sterco.

E con lo sterco arriva il disgusto. E del disgusto a volte vale la pena scrivere. Soprattutto se sai farlo con il tratto personale con cui Cornia dipinge un mondo.

Chi ha detto che si tratta di un libro misogino non ha capito quasi nulla del libro.

Secondo me.

Ugo Cornia, Le pratiche del disgusto, Sellerio, € 9,00

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