Archive for the 'Reminders' Category

Boris Pahor – Necropoli

Sdrucciola aprile 2nd, 2008

Un barbiere radeva la morte, un magazziniere la vestiva, un infermiere la spogliava, uno scritturale segnava delle date accanto ai numeri dopo che, per ciascuno di essi, l’alto camino aveva fumato in abbondanza.

Per dimenticare la retorica dei campi ci vogliono una trentina di pagine.
Gli aggettivi si assottigliano, le frasi si fanno più brevi e puntuali, senza capire bene quando è successo ci si ritova nella baracca di Dachau. Accanto a Boris Pahor, internato sloveno assegnato dal destino e dalla volontà alla cura degli infermi. Senza eroismo né l’orgoglio della vittima che porta in trionfo postumo la sua umiliazione.

Piuttosto come un testimone che non si rassegna a confinare lo sdegno in una giornata commemorativa, che si domanda com’è possibile che il rumore degli zoccoli di tela non sia nelle strade dove dovrebbe rivivere ogni giorno, come monito e denuncia.

Questo libro ha la forza straordinaria di ciò che non si accontenta di sembrare vero.
Le atrocità sono così calate nell’umanità delle vittime e dei carnefici da essere totalmente e dolorosamente presenti senza mai ricorrere a un sentimentalismo che davvero sarebbe umiliare nuovamente chi non è tornato.

Boris Pahor, Necropoli, Fazi, 16 €

Chaim Potok – Danny l’eletto

Nathan marzo 20th, 2008

img_0737.JPGReuven e Danny vivono a Brooklyn, in quella parte di città popolata di sinagoghe e rifugio dell’ortodossia ashkenazita in fuga dall’Europa della prima metà del secolo scorso. Danny è un hassidim e figlio di un rabbino. Il padre di Reuven, invece, è un erudito studioso di Torah, tra coloro che applicano il metodo scientifico all’interpretazione.

Danny ha un destino già scritto e una mente che non sa accettare i limiti imposti dalla rigida tradizione familiare. Diventare Rabbino è invece l’aspirazione di Reuven.

Ancora una volta Potok, attraverso la voce di un giovanissimo studente di Torah, porta il nostro sguardo sull’universo dell’ebraismo tradizionale. Attraverso le parole di Reuven e la sua amicizia con Danny, percorriamo la storia del Chassidismo e scorgiamo l’immensità delle mille sfaccettature della religione del Libro. Ascoltiamo gli echi di guerra che giungono dall’Europa, incassiamo il colpo delle notizie sconvolgenti sulla shoah, seguiamo la nascita dello Stato d’Israele, la guerra scatenata dai paesi confinanti. E osserviamo l’opposizione interna anti-sionista, la dura protesta della corrente Chassidica che non vuole accettare una Eretz Israel che non coincida con l’avvento del Messiah.

Danny l’eletto è allo stesso tempo un romanzo di formazione, un affascinante affresco storico e una preziosa fonte di informazione su una religione così importante per la storia d’Europa, quanto sconosciuta e complessa.

Chaim Potok, Danny l’eletto, Garzanti, € 16,60

Foto: La Francese, UnMondodiBene

Calixthe Beyala – Gli onori perduti

Nathan febbraio 1st, 2008

Saida nasce a New-Bell, che lei chiama anche Cuscus, un remoto villaggio nel cuore del Camerun francofono.

Cuscus è un paradigma africano, affetta da tutte le malattie del continente che la ospita, le stesse infezioni virali, quelle mani di colonialisti prima e presidenti poi, dotati di una identica paternalistica rapacità.

Saida cresce nella vivacità esuberante del villaggio, diverrà donna conservando la sua verginità come un tesoro da destinare al marito che non verrà.

Saida partirà per Parigi, alla conquista del sogno africano, di quello di una donna in cerca di sicurezza familiare e di un uomo.

Troverà una società sradicata, solidale e dura allo stesso tempo. Sarà ospitata da una cugina che la metterà alla porta dopo due anni e da una signora, la “negra-principessa-e-dignitaria”, che la ospiterà in cambio dei suoi servizi domestici.

Conoscerà la solitudine dell’emigrato, la lontananza e la nostalgia e sarà ancora donna da marito, a cinquant’anni, fedele al suo “certificato di verginità valido dieci anni” rilasciato dal farmacista di Cuscus.

La bravura della Beyala sta nel mescolare i toni del dramma a quelli della commedia, sta nella giocosità delle descrizioni, l’ironia che utilizza per raccontare la tragedia di un continente e dei suoi abitanti.
Una lezione di leggerezza e vivacità che non stride, che anzi è la perfetta icona di un popolo che nonostante tutto continua a scambiare sorrisi.

Calixthe Beyala, Gli onori perduti, Feltrinelli, € 8,50

Immagine: Bimba Africana, Simone Melle

Ryszard Kapuscinski – Ebano

Nathan novembre 14th, 2007

Il primo impatto è con il Ghana degli anni ’50.

Le speranze della decolonizzazione incendiano i cuori quando la chimera dell’indipendenza diventa una conquista concreta, un virus che si diffonde rapidamente in tutta l’area sub-sahariana.

La nuova classe dirigente è giovane e inesperta, spesso ingenua ed entusiasta. Il tabù della superiorità dell’uomo bianco si è infranto nella carneficina della seconda guerra mondiale. I reduci africani assoldati dagli eserciti europei tornano alle loro città portando con sé il segreto della vulnerabilità dei loro padroni. Hanno osservato gli europei sopraffarsi l’uno con l’altro, hanno vissuto la capitolazione della Francia, i bombardamenti di Londra, osservato colonne di uomini scheletriti coperti di stracci. L’uomo bianco è capitolato davanti agli occhi degli africani che hanno combattuto in Europa a fianco dei loro colonizzatori. Questi reduci hanno imparato che l’uomo bianco non è invincibile. Forti di questa scoperta, saranno loro, questi reduci, a guidare i primi movimenti di liberazione dei popoli africani.

Ebano è un dispenser di pillole, un libro per principianti dell’Africa. Kapuscinski, da inviato qual era, ha un approccio a volte antropologico, moderatamente storico, spesso aneddotico, alla condizione del continente nero della seconda metà del Novecento

Questo bignami dell’universo africano è un concentrato di personaggi e avvenimenti, scontri e paesaggi, un’introduzione affascinante e feroce ai drammi silenziosi di un continente.

Chi conosce la genesi e la contrapposizioni sociali e culturali che hanno fatto della Liberia il paese dell’apartheid tra neri-amercani e neri-africani ben prima che gli afrikaneer mettessero il loro marchio su questa pratica? Chi conosce l’origine della guerra sudanese che da vent’anni affama il Darfur? Quanto abbiamo letto e ascoltato negli ultimi tredici anni su ciò che è successo in Ruanda? Chi è sufficientemente informato da conoscere le responsabilità dei colonizzatori belgi di questo paese, dei loro “esperimenti” sociali e della logica di potenza ottocentesca che la Francia ancora gioca in quest’area?

Il vento che soffiava sulla grande stagione della decolonizzazione non ha fatto altro che inaridire la terra e prosciugare le sorgenti. L’economia predatoria non ha mai cessato di allungare le sue mani sulle ricchissime risorse di questa parte di mondo. E ne ha fatto la sua condanna. Ai bwana bianchi si sono sostituiti i signori della guerra, i tirannelli tanto sciocchi quanto brutali che si avvicendano nel succedersi dei colpi di mano. Razzie, guerre, fame e malattie. Questa l’eredità.

Ebano è un libro che getta un fascio di luce sulla storia, la società e la psicologia di un continente che non riesce a sollevarsi. E’ un libro che fa male, quando scava nelle ragioni, quando illumina le responsabilità. Chi ha condannato l’Africa all’eterna infanzia dell’umanità?

Un primo passo per capire.

Ryszard Kapuscinski, Ebano, Feltrinelli, € 7,50

Anna Funder – C’era una volta la DDR

Sdrucciola ottobre 17th, 2007

funder.jpgSappiamo quello dici, perché ti ascoltiamo; quello che pensi, perché siamo noi a convincertene; quello che sogni, perché siamo noi ad avertelo negato; quello che vedi, perché il tuo orizzonte è quello che abbiamo costruito per te… ciò che nessuno sceneggiatore di fantascienza riuscirebbe mai a concepire con tanta precisione è esistito e si chiamava Stasiland.

Anna Funder è una giornalista australiana che si è assunta un compito davvero improbo: raccogliere le memorie e i racconti di persone che, da un lato e dall’altro della dittatura, hanno vissuto la lunga stagione della Ddr.

Le storie, grazie alla scrittura scorrevole e partecipe di Anna, diventano vive e sembra quasi di vedere i volti di Julia, di Miriam, di tutti coloro che sono caduti vittime di un regime che non si accontentava di essere rispettato ma pretendeva amore e costruiva un “muro mentale” penetrando nelle coscienze delle persone.

Come dice perfettamente Nick Hornby nella recensione apparsa su Internazionale:

Uno degli inattesi punti di forza del libro è che le storie trovate da Funder sono inverosimili. Ma nonostante tutto, e contro qualunque regola del buon senso, sembrano rievocare, illuminare e illustrare verità più grandi.

Basta leggere uno dei dialoghi surreali riportati nel libro:

“Signorina, lei non è disoccupata” tuonò.
“Certo che sono disoccupata” disse Julia. “Se no che ci farei qui?”.
“Questo è l’ufficio per l’occupazione, non l’ufficio per la disoccupazione. Lei non è disoccupata, è in cerca di lavoro.”
Julia non si scompose. “Sono in cerca di lavoro” disse “perché sono disoccupata.”
La donna si mise a gridare così forte che quelli in coda si fecero piccoli piccoli. “ho detto che lei non è disoccupata! Sta cercando lavoro!” E poi, quasi isterica: “Non esiste la disoccupazione nella Repubblica democratica tedesca!”

Fa sorridere, ha ragione Hornby, ma prima e dopo questo dialogo ci sono persone straziate spiritualmente e fisicamente, ci sono gli allucinanti ricordi degli agenti che hanno fino all’ultimo istante servito la grande macchina che doveva proteggere la Ddr dal suo grande nemico, il suo popolo…

Un grazie fortissimo a Michela per avermi consigliato un libro che ha il raro talento di informare ed emozionare insieme!

Anna Funder, C’era una volta la Ddr, Feltrinelli, 15 €

Björn Larsson – Bisogno di libertà

Sdrucciola settembre 29th, 2007

rami.jpg Björn Larsson è una persona come
tante altre.
Uno che a quindici anni è salpato per l’America e ha trascorso un anno in una scuola-ranch in Arizona.
Uno che andava benissimo a scuola, fino a quando non ha deciso che preferiva studiare da solo al parco.
Uno che dopo aver inziato il servizio militare, si è rifiutato di imbracciare un fucile ed è diventato un renitente.
In seguito a questa decisone, uno che ha poi trascorso un paio d’anni entrando e uscendo dal carcere.
Uno che ha rinunciato a un amore intenso, bruciante, di quelli che nella vita ti capitano poche volte, per andarsene a Parigi, con un vaghissimo programma circa quello che vi avrebbe fatto.
Uno che ha ripetutamente abbandonato parenti e amici per prendere il largo sulla sua barca.
Uno che ai funerali e ai matrimoni non ci va, resta fuori ad aspettare.
Uno che spera che il Nobel non glielo diano mai, così non si deve mettere la cravatta.
Uno che ha detto alla sua compagna, incinta, che accettava l’idea della paternità solo a patto di avere potersene andare per un mese all’anno e non dover svolgere tutte le obbligazioni pratiche della famiglia.
Uno che nelle biblioteche è presente con due schede autore, a seconda che si tratti dei romanzi o dei saggi scientifici e vive costantemente tra due mondi professionali rifiutando di appartenervi interamente.

Uno come tanti, uno che nella vita si è sempre trovato a fare i conti con un grido interiore che lo spingeva altrove: il bisogno di libertà.

Dovrebbero leggere questo libro, e non sono pochi, tutti quelli che sperimentano il conflitto tra questo urgentissimo bisogno e tutte le cose della vita, anche splendide come l’amore, che vi si oppongono. Leggetelo sapendo che vi farà male, molto.
Ma in qualche modo vi farà sentire meno soli e questo credo sia esattamente il suo scopo.

Non importa se a dispetto delle intenzioni a volte le pagine suonano un po’ troppo enfatiche e pazienza se gli ultimi quindici anni della vita di Larsson sembrano una parziale smentita della vita che predica. Perché non va presa per nulla come una predica.

Per alcuni, sarà appunto un modo per scoprire che questo “generatore di disapprovazione sociale” è qualcosa con cui si può convivere, a patto di sapere che per ogni scelta qualcuno chiederà sempre il conto o lo pagherà al posto nostro.

Per gli altri, un’occasione per riflettere su quanto in ogni ambito siamo facilemente disposti a barattare la nostra libertà in cambio di sicurezza, di un’identità, di un’uniformità che umilia le nostre aspirazioni profonde.

Per tutti, un esempio di una vita nient’affatto esemplare, moralmente discutibile, indubbiamente autentica e intensa.

Björn Larsson, Bisogno di libertà, Iperborea, 14 euro
Foto: Cirox

Javier Cercas – La velocità della luce

Sdrucciola settembre 3rd, 2007

cercas.jpg

«Bella frase. Quanto piacciono a voi scrittori le belle frasi. Nel tuo libro ce ne sono alcune. Davvero carine. Così perfette che a volte sembrano vere. Ma non lo sono affatto, sono solo belle. La cosa strana è che tu non abbia ancora imparato che scrivere bene è l’esatto contrario di scrivere belle frasi. Nessuna bella frase è capace di catturare la realtà»

È curioso che a scriverlo sia un autore che in quanto a belle frasi* non scherza. Ma a Javier Cercas (già apprezzato per Soldati di Salamina) lo si può perdonare perché il compito che si è assunto in questo romanzo è davvero impegnativo.

Tenere insieme una storia che parla di guerra, di coscienza, del confine tra successo e fallimento parlando contemporaneamente dell’arte del raccontare, non è facile.
Avere a disposizione un personaggio come Rodney, veterano del Vietnam e della vita, aiuta non poco e permette tanto al Cercas scrittore che al Cercas personaggio di non perdere le fila.

Provo un sospetto ben motivato nei confronti degli autori che insistono nello spiegare perché e per come scrivono, lo trovo fastidioso come un cuoco che spiega la ricetta mentre vi gustate il piatto.
In questo caso, però, la voce di Cercas nel raccontare questa storia e il mestiere di scrittore appare sincera.

«Mi piace» m’interruppe Rodeny
«Ti piace cosa?» domandai, attonito.
«Che tu non sappia ancora di cosa tratterà il romanzo» rispose. «Se lo sapessi in anticipo, sarebbe un male: finiresti per dire quello che già sai, cioè le cose che sappiamo tutti. Se invece non sai ancora cosa vuoi dire, ma sei tanto pazzo o tanto disperato o hai il coraggio sufficiente per continuare a scrivere, magari finirai per dire qualcosa che neanche tu sapevi di sapere e che soltanto tu puoi arrivare a sapere, e questo potrebbe risultare di qualche interesse.» [...] «Quello che intendo dire è che chi sa sempre dove va non arriva mai da nessuna parte, e si sa cosa si vuole dire solo quando lo si è già detto»

L’impressione è che al di là delle frasi ben cesellate qui ci sia dell’anima, delle domande autentiche, delle risposte abbozzate ma offerte al lettore per quello che sono. Naturalmente Cercas si diverte a confonderci le idee e il ci è o ci fa è sempre in agguato, ma questa è parte del gioco molto serio di La velocità della luce. Prendere o lasciare…

Javier Cercas, La velocità della luce, Guanda, 14,50

* in questo il caso il merito va anche a Cacucci per la traduzione

Simonetta Agnello Hornby – La mennulara

Sdrucciola giugno 28th, 2007

agnello_hornby.jpgForse ha ragione chi dice che non bisognerebbe mai incontrare gli scrittori per evitare delusioni.
A volte però capita, come in questo caso, che l’incontro preceda la lettura e la arricchisca.

Perché se non si ha nelle orecchie la voce di Simonetta Agnello Hornby che racconta la propria scrittura con la modestia e la determinazione di un artigiano, forse si perde qualcosa.

Siciliana trapiantata in Inghilterra dove esercita come avvocato, ha acquisito il pragmatismo della patria di adozione senza perdere in passione.
Il risultato è miscela esplosiva, in grado di gelare con un solo sguardo chi insiste con l’evocare le sue ascendenze nobili come un titolo di merito.

La Sicilia raccontata nella Mennulara è quella degli anni ’60, un mondo che in tutte le sue facce è travolto dal cambiamento e cerca con più o meno voglia un modo per traghettarsi nella modernità.
Fil rouge è la progressiva scoperta dei segreti della defunta Mennù, serva e sostegno della famiglia Alfallipe.

Le parole che Simonetta Agnello Hornby scrive sono pungenti come quelle che pronuncia ma il romanzo in sé resta nel limbo indefinito delle storie di cui coinvolge più l’atmosfera della trama e che si finiscono senza troppi rimpianti.

Una buona lettura estiva, in ogni caso

Simonetta Agnello Hornby, La Mennulara, Feltrinelli, 14 euro

Apdeit: qui potete vedere/sentire Simonetta Agnello Hornby

Armistead Maupin – 28 Barbary Lane

Sdrucciola marzo 30th, 2007

Mary Ann non vorrebbe un figlio, o forse sì. Michael vorrebbe dimenticare il suo compagno morto, o forse no. Mona gioca a fare la regina, Simon fugge dalla regina (quella vera).

Armistead Maupin è uno di quei giornalisti americani che, senza sapere neanche bene come, diventano scrittori. Dalle pagine del San Francisco Chronicle, a partire dagli anni ’70, ha intrattenuto i suoi lettori con i suoi Tales of the city che sono poi diventati una serie di fortunati libri.

Attivista del movimento gay della città, ha raccontato amori e dolori degli abitanti del 28 di Barbary Lane, di cui l’omonimo libro è il quarto capitolo. Pubblicato in Italia con un certo ritardo, dato che è stato scritto negli anni Ottanta, come traspare da ogni pagina.

Ma il rammarico per la scoperta tardiva di questo autore è compensato dal piacere che si prova calandosi nelle tipiche atmosfere di quella decade. Il libro, anche se poco impegnativo, ha il merito di rappresentare l’esatto momento in cui un certo spensierato modo di vivere urtò per la prima volta contro il flagello dell’Aids.

Navigando si scopre che Maupin è stato il primo autore a parlare della malattia in un romanzo ed è un esercizio interessante leggere le sue pagine immaginando l’effetto che potesse produrre all’epoca.

Sempre in rete si scopre anche che Maupin ha tra i suoi più fervidi fan Ian McKellen che di lui dice:

“Armistead is a true original. His tales are bang up-to-date. They will surprise and maybe even shock you, but, I promise, they will make you laugh.”

e anche oggi non gli si può proprio dare torto, dato che accanto al tema, in realtà sfiorato, dell’aids, c’è spazio per intrecci comico-sentimentali decisamente lievi.
Il sito di Maupin

Armistead Maupin, 28 Barbery Lane, Rizzoli, 17 euro

Kurt Vonnegut – La colazione dei campioni

Sdrucciola marzo 18th, 2007

Ecco la trama: una creatura di nome Zog arriva sulla Terra su un disco volante per spiegare come evitare le guerre e curare il cancro. Porta queste sue informazioni da Margo, un pianeta i cui abitanti conversano tra loro emettendo scoregge e ballando il tip-tap.
Zog sbarca di notte nel Connecticut. Ha appena messo piede a terra che vede una casa in fiamme. Vi si precipita dentro, scoreggiando e ballando il tip-tap, per avvertire gli abitanti del terribile pericolo che corrono. Il padrone di casa gli spacca il cranio con una mazza da golf.

Se L’idiota ballerino di Kilgore Trout non sarà mai adottato dalle scuole è solo perché non esiste, esattamente come il suo autore.
Esiste invece, e si spera ancora per molto, il creatore di Kilgore Trout: quel Kurt Vonnegut che lo ha scelto come eteronimo per alcune delle sue produzioni migliori, tra cui La colazione dei campioni (Addio triste lunedì).

Benché privo del commovente lirismo di L’idiota ballerino, questo romanzo scritto nel 1973 è un ottimo esempio del talento del suo autore, capace di utilizzare humor e fantasia per raccontare la terra dei liberi com’è sotto la sottile e invitante crosta di normalità.

Kilgore Trout scrive racconti inspiegabilmente ignorati dalla critica e pubblicati nelle riviste porno, come quello di cui avete avuto un esempio, ed è in viaggio verso l’oscura località di Midland per partecipare a un festival delle arti. Ad attenderlo, Dwayne Hoover, venditore di Pontiac, padrone di mezza città nonché prossimo alla follia totale.
Nel ruolo del coro, una patetica brigata di personaggi alla disperata ricerca della felicità. Ad allietare il tutto, gli schizzi di Vonnegut che come un bravo scolaro illustra di volta in volta gli oggetti che menziona.

E così via

Vonnegut è conosciuto per Mattatoio n°5, un gran romanzo ma non il suo migliore (quello è Le sirene di titano). Se non avete avuto la fortuna di leggerlo, provate a immaginare Philip K. Dick sotto prozac e vi sarete fatti un’idea.
Douglas Adams gli deve molto, noi dobbiamo molto alla guerra e alla General Electrics per averlo risparmiato e a Feltrinelli che ha deciso di ristampare le sue opere.

Dal libro è stato tratto un film con Bruce Willis e Albert Finney che la critica ha quasi unanimamente stroncato.

Kurt Vonnegut, La colazione dei campioni, Feltrinelli, 15 euro

Il sito ufficiale di Vonnegut

Kurt Vonnegut intervistato in Second life

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