Archive for the 'Reminders' Category

Fruttero e Lucentini – La donna della domenica

Sdrucciola gennaio 23rd, 2010

More about La donna della domenicaAvete presente quei libri che pensate con convinzione di avere letto e che di conseguenza scartate sempre tra i possibili acquisti salvo scoprire che no, avete visto il film, ne avete sentito parlare cento volte ma letto proprio no? Ecco, il problema di chi legge tanto e parla tanto di libri è il rischio di lasciarsi scappare delle autentiche perle per pura e semplice mancanza di umiltà.

La donna della domenica è una perla, decisamente. Anche se avete visto il film del 1975 con Marcello Mastroianni, anche se avete sentito parlare fino alla nausea del miglior duo narrativo che l’Italia abbia avuto, leggetelo!

Certo, se siete torinesi avete una chance in più di amarlo. Perché la società descritta, nei suoi alti e bassi e negli infiniti medi, è assolutamente realistica. Perché ci ritroverete un grande amore e soprattutto una grande comprensione di questa città e dei suoi segreti, che tanto nascosti poi non sono. Basta un giro per certi viali per ritrovare la stessa sensazione provata dal commissario Santamaria: sì, c’è decisamente lugubre e lugubre e i viali torinsei sanno essere lugubri in un modo tutto speciale.

Fruttero e Lucentini hanno saputo sviluppare un romanzo di una finezza che realmente lascia di sasso se paragonata a tanta sciattezza contemporanea. E non si tratta di un nostalgico amore per il come eravamo. Perché siamo ancora, in parte, torinesi e non, così come ci dipingono. E perché la lingua e lo stile del racconto non hanno nulla di desueto.

Voglio ringraziare Milvana, che non è neanche torinese :-), per avermi regalato questo libro e per averlo riscoperto grazie alla sua onnivora curiosità.

Fruttero e Lucentini, La donna della domenica, Mondadori, 9 €

Marco Rovelli – Lager italiani

Nathan febbraio 4th, 2009

Stasera (mercoledì 4 febbraio) il governo è stato battuto sulla proposta di portare a 18 mesi (dai 60 giorni attuali) il periodo di detenzione in un Centro di Identificazione ed Espulsione (ex Cpt). Un segnale insperato che mostra come, sulla linea della cattiveria annunciata dal Ministro degli Interni, la maggioranza sia tutt’altro che compatta.

Ma che cosa sono i CIE? Qual è la “qualità di vita” di un immigrato che incorre nella reclusione in uno di questi centri che, nell’intenzione del legislatore, avrebbero dovuto essere delle “sale di attesa” affacciate sull’espulsione?

Marco Rovelli, in questo libro dato alle stampe ormai tre anni fa, racconta un’umanità con la forza dell’attualità più stringente. Che siano del Sud America o del Nord Africa, Pachistani o Senegalesi, gli “irregolari” di Rovelli raccontano, a volte in prima persona, altre con la mediazione della voce dell’autore, le proprie traiettorie personali, vicende intime che diventano corali, all’insegna del denominatore comune della privazione della libertà e spesso della speranza.

Detenuti in locali per una gran parte fatiscenti, nella generale carenza di assistenza sanitaria e legale, privati, in molti casi, anche della più elementare informazione sulla condizione di “clandestino in attesa di espulsione” ed esposti alle violenze di altri detenuti e del personale addetto alla sorveglianza, gli “ospiti” dei Centri di Identificazione ed Espulsione si trovano a vivere in una vera e propria condizione di internati, con la sola colpa di non essere in regola con i documenti, privati della libertà senza aver commesso reati, subito processi, né condanne.

Solo alla fine delle 283 pagine di questo libro ottimamente documentato e corredato in appendice di un censimento dei Cpt ancora attivi all’uscita del volume, potremo rispondere con piena consapevolezza alla domanda “Lager italiani: è solo un titolo sensazionalistico?”

Un link che suggerisce la risposta: “Io, clandestino a Lampedusa” di Fabrizio Gatti

Marco Rovelli, Lager italiani, BUR, € 9,80

Isaac Singer – La famiglia Moskat

Nathan gennaio 27th, 2009

 

 E diciamolo. Mai come di questi tempi i palpiti adolescenziali hanno inciso sulle classifiche di vendita dei libri. Tra vampiri romantici e assalti di lucchetti amorosi, sembra che le librerie siano ormai assediate da ragazzini in cerca di passioni brucianti, sospiri e ripensamenti, insomma storie che accrescano l’affamato archivio delle emozioni.

 

E qui se ne trovano, eccome. Un vero e proprio diluvio di storie d’amore, di tradimenti e fughe disperate. Qui, ragazzi, si parla di un libro universale, su cui sono state scritte pagine e pagine. E allora Sottotomo che cosa può aggiungere se non che questo è un libro che si può leggere come una soap opera?

 

C’è una vecchia Varsavia sullo sfondo, dagli inizi del Novecento ai primi bagliori della seconda guerra mondiale. C’è una grande famiglia ebrea, un brulicare di mercanti arricchiti e pii rabbini. C’è la lotta tra la modernità che avanza e la tradizione che resiste. Ci sono gli hassidim e gli assimilati. E c’è la Polonia cattolica e antisemita.

 

Ma soprattutto ci sono gli uomini e le donne che consumano piccole vittorie e grandi sconfitte, che s’innamorano e che sono traditi. E che sperano nel Messia o nella Terra di Palestina e che si accontenterebbero, alla fine, anche solo di poter sopravvivere.

 

C’è tutto quello che fa un grande romanzo, consigliato agli adolescenti di tutte le età, per emozionarsi ancora, oggi 27 gennaio 2009, tornando nelle case e sulle strade di un mondo spazzato via e per sempre perduto.

 

Isaac Singer, La famiglia Moskat, Tea, € 9,90

John Updike – Corri, coniglio.

Nathan gennaio 22nd, 2009

Harry Angstrom ha solo 26 anni, una moglie, un figlio piccolo e un secondo in arrivo. Commesso viaggiatore, con un passato da stella del basket dei campionati studenteschi, Harry guarda intorno e davanti a sé, gli occhi puntati al fondo del vicolo cieco in cui si è sorpreso a camminare. Sua moglie è un’inetta dalla personalità infantile che con lui condivide ormai solo l’amarezza di una quotidianità priva di scopi e di valore. Una casa angusta, sempre in disordine e quei stucchevoli programmi tv a corollario della sciocca dedizione di sua moglie ai super-alcolici.

Harry è in fondo alla sua strada.
Un muro di fronte e una vita da lasciarsi alle spalle.

Non rimane che correre, in fondo è ancora giovane e atletico come ai tempi del liceo, correre e scavalcare quel muro, incontro alla libertà, verso una nuova vita.
Conoscerà le strade che lo porteranno lontano, fin oltre i confini di un altro Stato, in un’America in cui si sente estraneo, da cui sente di essere respinto. E quelle stesse strade lo riporteranno alla sua città, nell’arco di una sola notte. La remota provincia del benessere americano anni ’50. Ma ancora fuori di casa, ancora alla ricerca di un giardino di libertà da coltivare per sé.

Conoscerà Ruth, una donna “libera”, come forse solo le prostitute potevano essere in quegli anni, in un contesto così piccolo, così provinciale, così borghese. Proverà a convincersi di amarla, vivendo con lei. Lascerà il lavoro per dedicarsi al giardino dell’anziana signora Smith, come fosse il suo giardino, metafora della sua libertà. Del suo ritrovato Eden.

Ma il paradiso agognato non è facile preda dell’uomo che cerca un altrove senza sapere come e soprattutto dove andarlo a cercare.
Harry è ancora una volta l’uomo senza qualità, il prodotto di una modernità raggiunta da chi è venuto prima, il prototipo dell’uomo occidentale del secondo Novecento, in cerca di una felicità che non è in grado di saper conquistare.

John Updike, Corri, coniglio, Guanda, € 17

Foto: Nut3lla

Jamaica Kincaid – Lucy

Nathan dicembre 29th, 2008

“Ci sedemmo per terra e mangiammo. Intorno a noi c’erano i resti del suo matrimonio: calici da vino e da acqua in cristallo, piatti di porcellana con i bordi profilati in oro zecchino, vera argenteria. Avrebbe dato via tutto ciò insieme a molte altre cose che erano appartenute alla sua vita coniugale. Mi disse di prendere ciò che volevo, ma io non volli nulla. Non riuscivo a immaginare di vivere con nessuna di quelle cose; tutto mi ricordava, come credo ricordasse anche a lei, il peso del mondo”.

Lucy è un marziano sceso sulla Terra. Arriva dalle Antille, lei, e approda a Manhattan. Un’altra isola. Altro pianeta. Ragazza alla pari in una famiglia da rivista patinata. Dalla siccità dei rapporti bruciati dal sole alle porcellane dei buoni sentimenti, il mondo si capovolge. Quello che viene con te è un’aridità che ti porti dentro e che ha il potere di asciugare le parole e annichilire l’affettività, ma anche quella di guardare dove gli altri non guardano.

Lucy, come Jamaica Kincaid, è una profuga volontaria che guarda il nostro mondo per dirci come stanno le cose. Nelle sue parole nessuna empatia con la nuova città, nessun nuovo sentimento che confonda la severità dello sguardo, in un fluire di eventi che giorno dopo giorno passano e vanno via, come acqua sulle ferite.

“Ero sola al mondo. Non era un risultato di poco conto. Pensavo che nel frattempo sarei morta. Non ero felice, ma mi sembrava chiedere troppo”.

 

 Jamaica Kincaid, Lucy, Adelphi, € 11 

Foto: FrizzText

Irène Némirovsky – I cani e i lupi

Sdrucciola settembre 27th, 2008

I cani e i lupi è una storia di esilio e di amore.
Ada e Harry si cercano e si amano attraverso il tempo e le convenzioni sociali che li separano. Subendo e a tratti scegliendo un esilio dalla loro patria e dai loro sentimenti profondi, schiacciati in un mondo in cui non esistono vie di mezzo tra salvezza e perdizione.

Lo stesso esilio sperimentato dall’autrice.
Ebrea di origine ucraina, Irène Némirovsky (1903-1942) conosce in vita un discreto successo come autrice di romanzi e racconti pubblicati nella sua patria adottiva, la Francia.
Poi  arriva la guerra, e Irène, pur essendo agnostica, si converte al cattolicesimo per salvare la famiglia. Continua a pubblicare sotto pseudonimo su riviste di sinistra e soprattutto di destra. Invoca la cittadinanza francesce, sostenuta da autorevoli testimonianze.

Ma tutto questo non la salva da Auschwitz. Le sue opere inedite saranno salvate invece dalla figlia Denise, che nel 2004 vede ricompensati i suoi sforzi dalla consegna a Suite francese del premio Renaoudot. Un evento inconsueto, per un’opera postuma, che apre le porte alla riscoperta dell’autrice.

La malinconia russa mischiata alla nostalgia ebraica, lo spirito frizzante e mobile di Parigi tra le due guerre, il destino personale di un’autrice dimenticata… tutto si mescola e complotta a rendere I cani e i lupi uno di quei romanzi che bussano insieme alla fantasia e alla coscienza, risvegliandole.

È  così facile sparire in questa città, quando nessuno si cura di te… Perché lui non verrà a cercarmi. E proprio questo che mi rende disperata.
Mi ama, ma non verrà a cercarmi. È come quando hai la sincera intenzione di ucciderti, eppure, se ti levano l’arma, lasci fare senza opporre resistenza, perché in fondo hai paura della morte… E io, per lui, rappresento uno strappo, una seconda nascita, o una morte.

Irène Némirovsky, I cani e i lupi, Adelphi, 18,50€
Foto: sito ufficiale di Irène Némirovsky

Il male oscuro – Giuseppe Berto

Jomarch settembre 16th, 2008

Purtroppo o per fortuna, così come si dice spesso, questo libro ti lacera il cervello e ti si infila un reticolo di ricordi e una serie di ansiogene identificazioni a cui tu, anche con tutte le avvertenze del caso e ben sapendo cosa iniziavi a leggere prima di leggere, non sei comunque preparato. E ansimi e sbatti e sbotti contro il tuo dannato Super_Io che mica lo sapevi che era così strutturato e sospiri e credi e bevi ogni singola parola, ogni associazione di idee, ogni virgola mancata fino ad un lontano capoverso da cui riemergi intontito e incredulo.
Capita dunque che l’incoscio viva e faccia proseliti tra le tue cellule tutte, più di quanto potessi immaginare. Già!
Così deduco che senza Freud, il catechismo e la nutella forse sarei stata meno incazzata…

Helen DeWitt – L’ultimo samurai

Sdrucciola agosto 30th, 2008

Lasciate perdere il film con Tom Cruise con cui condivide solo il titolo, per gustare al meglio questo libro è indispensabile avere bene in mente “I sette samurai” di Kurosawa.

Sibylla è una madre single nella Londra di oggi e nella prima parte del romanzo è lei a parlare della sua vita e della convivenza con quel piccolo strano genio di suo figlio. Che si chiama Ludo, o forse Stephen ma potrebbe anche essere David, quel che è certo è che a cinque anni legge l’Oddissea, in greco, e tormenta sua madre perché gli insegni il giapponese.

A sei anni la sua preoccupazione, tra una lettura e l’altra in giro per la Circle line, è scoprire il nome del padre. Troverà quello e il suo proprietario in un incontro che lo lascerà decisamente deluso. Perché Sibylla ha ragione, non si può amare uno che legge e ascolta certa robaccia.

E qui entrano in gioco i samurai, perché Ludo trae ispirazione da una scena del film per iniziare a scegliersi un padre all’altezza. “Un buon samurai parerà il colpo”, questa è la prova e la missione di Ludo, ormai anni undici.

Helen DeWitt deve essere un bel tipo, la sua biografia parla di anni per preparare il romanzo e se poco poco assomiglia a Sibylla non c’è da stupirsene. A volte esagera un po’ schiacciando troppo il pedale della passione/ossessione di questa strana famiglia per la linguistica e i classici.
Verrebbe da dirle che abbiamo capito, non serve eccedere. Ma la prima metà del romanzo ha uno stile originale che lascia il segno e la seconda metà con la ricerca di Ludo è commovente senza mai essere sentimentale.

Nel complesso, un libro a tratti impegnativo, come se volesse applicare i lettori la stessa selezione che Sibylla pratica verso gli umani. Consigliato agli appassionati di sfide

L’ultimo samurai, Einaudi, 19.50 €

Foto: Snappybex

Una solitudine troppo rumorosa, Bohumil Hrabal

Jomarch agosto 26th, 2008

Ho questa maledetta ostinazione di amare i libri che parlano di libri. Così ho tirato giù tutto d’un fiato Hrabal rosicchiando un fruttino di marzapane per circa 88 pagine. “Perchè io sono un po’ uno spaccone dell’infinito e dell’eternità e l’Infinito e l’Eternità forse hanno un debole per le persone come me”.
Ho sempre questa maledetta predilizione per i libri dolenti ed emotivi e poi nello stesso tempo asciutti, quasi crudeli, in questo caso carnali.
Allora, oggi è sabato, rosicchio un fruttino di marzapane, il cielo è proprio azzurro azzurro e c’è Vivaldi nell’aria, tra le mani carta.
Già, perchè la materia ultima di questo libro è la carta, uguale alla materia prima, poi a plasmarla il fuoco intellettuale che nasce dalla stessa carta. 35 anni di pressa e birra e Praga. 35 anni e quintali di libri salvati dal macero che pesano sulla testa di Hanta, portati a casa in un’ispirazione subliminare, contro la propria volontà .
“Così adesso presso in quella mia pressa meccanica carta vecchia, nel cuore di ogni pacco inserisco un libro aperto di un filosofo classico”.
Una solitudine troppo rumorosa, fitta di vociare, chè i libri non smettono mai parole, poi suggestioni di un ubriaco, ubriaco di classici dimenticati, alcool, e bottoni da pigiare, zingari e Kant, surmolotti, fogne, carta putrescente o insanguinata, resti di macellerie. Tutto intorno una “luce ricciolina” che viene da un forno di ghisa spaccato e travi che scricchiolano per il peso di libri.
Una scrittura minuta che sembra quasi nata alla luce di una candela. La carta “corrente”, eco della vita che scorre quotidianamente, libri, storia di quella vita. Tutto in punta di piedi, pudico e sottovoce. Tutto per cercare di salvare qualche frasetta-caramella da succhiare in solitudine.
Hanta è così, il sogno, l’archetipo dell’operaio che trova nella sua “meccanica” il luogo delle idee, un’appendice spirituale, a volte mistica, alla routine lavorativa. Hanta si trova sullo spartiacque, sotto quella trave su cui preme quell’altro lavoro e sotto cui sente scricchiolii continui, fin quando quella trave non potrà  che cedere.

Nota a margine di un romanzo – La diceria dell’untore

Jomarch luglio 14th, 2008

Lo immagino a misurar virgole con ferri sconosciuti e rabboccare pipe con polpastrelli al dolce soffio di mandarino. C’è questa specie di figura vivida che viene fuori dalle pagine. Sarà la prosa cesellata finemente, parola per parola, in un azzardo costante… che ne so, macchia.
Ciascun personaggio ha la stessa lingua, infetta e moribonda, librata in aria, e ancora, arricciata e cadenzata, Marta come il Gran Magro.
“Ascoltami aggiunse, con una torva solennità, e ricordati. Io sola sono vera e sarò vera finché vivo. Voi, gli altri, siete appena barlumi e finzioni che sento respirare e parlare al mio fianco. E la storia non riguarda che voi, io non so cosa vuol dire. Capiscimi: nei miliardi di secoli passati e futuri io non so trovare evento più importante della mia morte. E tutte le carneficine e derive di continenti e scoppi di stelle sono soltanto canzonetta e commedia, al confronto di questo minuscolo e irrepetibile cataclisma, la morte di Marta. Cosa non farei per ritardarlo d un attimo. La puttana, la spia, l’aguzzina. E chissà che non l’abbia già fatto.”
Ecco, allora arriva questa improvvisa necessità: staccare una ad una le pagine e divorarle, mangiarle, ingoiarle, tale è il desiderio di possesso e l’incanto.
Mi prende d’un entusiasmo infantile ad immergermi in questo metronomo linguistico, di una musica che non so dire, ma che si attaglia perfettamente alla luce che entra dalla mia finestra.
Ed è pulviscolo al sole, così come un malandato in una campagna secca di Sicilia.
Tosse e umido, parole lippose e calde senza nessuna fretta della meta.
Sospese come una prognosi, perfettamente intrecciate come un’anamnesi, con quel po’ d’amore, o meglio incantesimo, incassato qua e là, che serve a far scivolare meglio l’anima tra terra arsa e crepitii di morti.
Sì, di “giovinezze cariate” nel corpo, di stanchezza dell’attesa, di ultimi scampoli di carezze e idee, è fatto di questo e di incedere eterno.
Pieno di orizzonti e di lunghissime pennellate, come un meriggio estivo ammirato all’ombra di pergolati. Una lingua umida di anima, gonfia, che tracima e nello stesso tempo affluisce in storia.

“E questo era bello: andarsene così a spasso con passi d’aria per montagne e pianure, clandestini senza biglietto, contrabbandieri di vita. Almeno finché la babilonia della luce non fosse tornata a proclamare sui tetti, per chi se ne stava dimenticando, che un altro giorno ci aspettava dietro l’angolo, con la sua razione infallibile di dileggio e di pena. E sarebbe stato un giorno di meno, uno dei pochi rimasti”.

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