Archive for the 'Cellulosa&Celluloide' Category

Per addolcire il rientro…

Sdrucciola agosto 18th, 2009

di chi si sta rimettendo al lavoro in questi giorni, booksblog pubblica un assaggino del film tratto da La strada. E la bella sorpresa (almeno per me) è che a ricoprire il ruolo del protagonista c’è Viggo Mortensen, quanto di meglio si potesse sperare per un ruolo così particolare.

Il trailer lascia ben sperare, se non altro l’autunno porterà qualcosa di interessante

Zack Snyder/Alan Moore, Dave Gibbons – Watchmen

Dottor Carlo marzo 10th, 2009

WatchmenWatchmen, per molti versi, è il capolavoro fumettistico di sempre.
Un romanzo grafico che tratta, con taglio molte volte filosofico, di questioni fisiche e temporali, di psicologia criminale e psicanalisi, di etica, di politica, di società.

L’opera, allo stesso tempo, si pone come riflessione metaletteraria sul genere supereroistico, con conseguenti decostruzione e demolizione strutturale, immergendo “le maschere”, sia come personaggi finzionali di un modo narrativo, sia come metafore rappresentative di caratteri umani tanto specifici quanto generali, in un contesto ucronico realistico.

Tale realizzazione avviene in un testo densissimo e stratificato: dal punto di vista dei codici, per cui alla narrazione fumettistica si accompagnano estratti di romanzo, interventi saggistici di scienza naturale, stralci di giornalismo scandalistico, referti medici, verbali polizieschi, programmi aziendali; e dal punto di vista della stessa strutturazione narrativa, nella quale vari sottotesti si intrecciano anche in una stessa vignetta, si richiamano a distanza, alludono ad altri.

Un simile lavoro rifondativo caratterizza anche i disegni. Gibbons infatti usa un tratto pulito e una costruzione classica della tavola, con cui tuttavia compone vignette intensissime e cariche, corrispettivo visivo della stratificazione testuale, e spesso in una scansione che si pone già come filmica.

Appariva impossibile, date queste premesse e la lunghezza stessa del romanzo grafico, che la riduzione cinematografica non risultasse comunque semplificata.
Il film, infatti, asciuga e destratifica; abbandona le profondità delle riflessioni sul tempo, tralascia la rappresentazione dolorosa del rapporto psicanalitico, e abolisce anche i geniali intrecci intertestuali e di codici linguistici.

Il restare fedelissimi al libro avrebbe portato, per coerenza, a una miniserie di, tipo, otto/nove ore. Il film prodotto si ferma pertanto a una tentata fedeltà, peraltro perseguita in maniera pedissequa, al puro livello visivo e del testo più immediato.
A questo scopo puntano la ricostruzione sorprendente e maniacale delle tavole di Gibbons, nella loro ricchezza e pienezza (parecchie inquadrature sembrano raccontare una storia di per sé); la scelta azzeccatissima degli interpreti (su tutti Rorschach e il Comico, e con l’unica, ma grossa, eccezione di Ozymandias).

La produzione, affidando il film a uno come Snyder, fino dall’inizio sembra avere puntato sul grande pubblico, sul main-stream, anche per il taglio tonale dark e cupo già abbondantemente sdoganato e di facile riconoscimento.
In questa direzione vanno anche le poche parti in cui agli sceneggiatori è stata concessa un po’ di libertà: ed ecco allora Snyder sbizzarrirsi con una ultraviolenza iperrealistica alla maniera tamarra di 300 e con ralenti e spettacolarizzazioni di impronta matrixiana (laddove Gibbons si moderava con grande misura).*

Del progetto di Moore di decostruzione e demistificazione del supereroe sembra restare solo qualche accenno, al di là del mero livello testuale: nella resa della buffoneria di costumi e maschere in contesti “reali”, e negli (in realtà non troppo percettibili) accenni visivi ad alcune caratteristiche fisiche poco consone all’immaginario supereroistico classico.

Ma anche molti degli stessi elementi testuali risultano come svuotati dall’interno, a causa della estrema velocizzazione del narrato e dei tagli in sceneggiatura, che più che a una condensazione portano a uno sparpagliato accumulo orizzontale. Della pregnanza rimane spesso solo una patina.

La realtà e la portata innovativa profonde del romanzo paiono allora per lo più perdute quando non, a volte, snaturate. (Non a caso Alan Moore si è fatto togliere dai crediti.)
Mentre in superficie il film si presenta in sostanza come un compitino illustrativo, che pure strappando una sufficienza abbondante, secondo canoni e terminologia classici riesce a essere infinitamente più “fumettistico” del romanzo grafico.

*Bisogna ammettere che delle due differenze rispetto all'originale, l'una appare coerente con il restante testo filmico, l'altra addirittura migliora un piccolo punto debole.

Alan Moore, Dave Gibbons, Watchmen, Planeta DeAgostini, 2007, 35,00 €

Zack Snyder, Watchmen, USA, 2009

Roberto Saviano/Matteo Garrone – Gomorra

Dottor Carlo giugno 26th, 2008

Locandina Gomorra Gomorra è un libro sul potere.
Stabilire se si tratti di un romanzo o di altro è una “questione di lana caprina”, come del tutto condivisibilmente affermato da Wu Ming 1, che usa per esso l’espressione “oggetto narrativo non identificato” (“indifferentemente narrativa, saggistica e altro: prosa poetica che è giornalismo che è memoriale che è romanzo”).

Non costituisce un “semplice” (in accezione non limitativa) reportage sulla camorra e sugli eventi che hanno coinvolto Napoli, il casertano e in generale la Campania specie negli ultimi 15 anni, sebbene ovviamente sia anche questo, e gran parte della sua strutturazione ricordi per l’appunto una puntata di Report.
Ma da un lato i continui riferimenti all’organizzazione camorristica, al “Sistema” [cit.], come metafora esemplare del capitalismo corrotto (una similitudine frequente, che percorre, e si ripresenta in, quasi tutti i vari episodi*), e d’altro canto la rivendicazione teoretica e di poetica della “parola” quale unico e potente strumento per contrastarla (attribuzione attuata per mezzo di un linguaggio materico, con parole che si vogliono fare avvicinare al grado zero; e ribadita da un esplicito richiamo testuale a Pasolini, la cui importanza centrale è determinata dal fatto che costituisce una lunga dichiarazione dell’io narrante/narratore, il momento più esteso in cui compare direttamente), contribuiscono in maniera secondo me fondamentale a porre la soggettività romanzesca di Saviano, il cui unico punto debole mi sembra un inutile andare, a tratti, sopra le righe, un calcare la mano che svela la propria artificiosità.

Il film è liberamente tratto da alcune delle storie del libro.
Mentre questo possiede la precisione della forza documentaria, inappuntabile, indiscutibile, Garrone sceglie una maggiore evocatività, procede per passaggi allusivi, che a volte rasentano, in sé, l’incomprensibilità (come nella scena dell’asta per le sartorie).
Punta più decisamente sulla potenza delle immagini, segue con minore distanza analitica i personaggi, si confonde tra loro e le loro parlate dialettali nei panni di una camera a mano che tuttavia quando occorre sa tramutarsi, staccarsi in piani sequenza, campi lunghi e panoramiche.
Ma questa maniera di girare, pure affermando con decisione la presenza autoriale (e poetica), risulta in ogni caso messa al servizio della “gomorrità”, sceglie in sostanza un’altra strada per rendere lo stesso massimamente vivido il soggetto trattato.

Siamo dunque in presenza di due opere piuttosto differenti, per quanto palesemente basate sulla medesima traccia.
Due declinazioni dello stesso tema, che andrebbero fruite insieme per un disegno generale, ma a una certa distanza (anche temporale) l’una dall’altra per cogliere appieno la forza e l’artisticità di due grandi autori.

*Nel film questi riferimenti metaforici al Sistema sembrano mancare, trovandosi unicamente in brevi e ficcanti accenni/battute (assegnati al personaggio interpretato da Servillo, nel cui episodio compare non a caso, come coprotagonista, la figura incarnazione del narratore/cosceneggiatore Saviano).

Roberto Saviano, Gomorra, Mondadori, 2006, 15,50 €

Matteo Garrone, Gomorra, Italia, 2008

Vincent Paronnaud, Marjane Satrapi – Persepolis

Dottor Carlo marzo 1st, 2008

PersepolisPersepolis è un libro a fumetti che tramite il racconto autobiografico dell’infanzia e dell’adolescenza della narratrice protagonista (Marjane Satrapi) ripercorre gli avvenimenti che hanno caratterizzato la storia recente dell’Iran, dai disordini che accompagnarono la caduta dello scià (1979) e la Rivoluzione e l’instaurazione della Repubblica Islamica, alla guerra contro l’Iraq (1980-88) e oltre.

Marjane, tuttavia, trascorre una buona parte del conflitto in Austria, dove viene mandata dalla sua famiglia, amorevole e di idee progressiste.
Potrà così sperimentare le profonde differenze tra due situazioni storiche e due culture, persiana e latamente araba da una parte e occidentale dall’altra, e allo stesso tempo alcune vicinanze dal punto di vista umano.

Tutto questo materiale, potenzialmente devastante, viene reso con una linearità e una chiarezza sorprendenti, accompagnate da un tono leggero mediato da un tratto semplice ma non banale e dall’uso di uno scarno bianco e nero, che peraltro non vuole affatto veicolare contrapposizioni manicheiste.

Il film costituisce un’assai riuscita riduzione del libro.
L’atmosfera che si respira è identica, così come la portata dei toni; l’animazione aggiunge una certa dinamicità al racconto, la quale determina, con differenti strumenti idonei al diverso mezzo, lo stesso effetto essenzialista delle vignette.
La vicinanza stilistica al neorealismo e allo stesso tempo all’espressionismo sembra contribuire alla sapiente ed equilibrata miscela tra l’importanza e la grandezza dei temi storici e sociali e il punto di vista personale e umano.

Volendo essere massimamente dettagliati ed esaustivi, *SPOILER* si potrebbe notare che il film, forse per logiche di pubblico, lima qualche punta (come l’argomento della droga), il cui smorzamento potrebbe risultare maggiormente significativo rispetto ad altre necessariamente naturali riduzioni; e allo stesso tempo si espunge molto dell’ultima parte, quella sulla permanenza (temporanea) di Marjane in Iran dopo la fuga dall’Austria.
Vengono invece aggiunte delle gag, che riescono le più spassose delle due opere insieme (il concerto death metal e lo scaccolamento dell’ex). *FINE SPOILER*

Ma in definitiva la sceneggiatura, come si diceva, risulta assai abilmente costruita, mantenendo, nel bicromatismo a due dimensioni, le medesime tematiche e il loro proprio peso specifico.

M. Satrapi, Persepolis, Lizard, 22,50 €
Vincent Paronnaud, Marjane Satrapi, Persepolis, 2007

Into the wild/Nelle terre estreme

Sdrucciola febbraio 29th, 2008

intothewild.jpg Il Dottor Carlo mi perdonerà se usurpo la sua rubrica-categoria, ma ci tenevo a essere la prima a parlare di un libro e di un film che ho trovato eccezionali per molti versi. Chi teme gli spoiler è messo in guardia, ma ormai della vicenda si sa quasi tutto.

La storia, vera, è quella del giovane che Chris McCandless, che un giorno del 1992 iniziò la sua avventura nelle terre estreme dell’Alaska e vi trovò la morte stremato dalla fame.

Qualcuno sostiene che il libro di Krakauer e il film di Penn raccontino cose diverse. Non ho avuto questa impressione, il libro (sul piano della qualità inferiore al film, c’è poco da fare) aggiunge degli elementi alla ricostruzione della vicenda e la innesta in un quadro più ampio arricchito da esperienze simili.

Sean Penn, di suo, ne approfitta per ricordarci che l’America non è solo la superpotenza bushista ma un paese che mantiene vivo il mito della frontiera nei suoi paesaggi e nelle sue persone.

McCandless era solo un giovane ingenuo e arrogante che ha sfidato la natura senza preparazione? Krakauer sembra più severo di Sean Penn, ma in fin dei conti entrambi ci lasciano l’opportunità di giudicare per conto nostro, basta sentire i discorsi all’uscita del cinema per accorgersene, del tipo per cui ti chiedi se hanno tutti visto lo stesso film.

A me è venuto in mente il bisogno di libertà di Larsson, con cui alcuni di noi dovranno sempre fare i conti. Che decidano di nutrirsi di bacche in Alaska, diventino disertori o non possano impedirsi di immaginare, almeno ogni tanto, che un’altra vita è possibile.

Menzione finale per la colonna sonora di Eddie Vedder, che non crea solo un supporto al film ma fornisce una terza chiave di lettura della vita di Chris.

J. Krakauer, Nelle terre estreme, Corbaccio, 16,60 €
Sean Penn, Into the wild, 2007

Andrea Molaioli – La ragazza del lago

Dottor Carlo febbraio 6th, 2008

Tratto da Lo sguardo di uno sconosciuto, di Karin Fossum
La ragazza del lagoKarim Fossum tenta di imbastire un giallo psicologico, dove l’indagine costituisca una scusa per il tratteggio di caratteri segnati da un male venato di malinconia e da un disagio che appaiono entrambi striscianti, profondi, sotto la patina di una quasi immobile e a volte pittorica piccola provincia norvegese.

Riesce un’opera per lo più mediocre, sia per la detection sia per l’introspezione.
La trama poliziesca risulta piuttosto debole, lo scioglimento strutturalmente inadeguato, quando non poco verosimile.
Più interessanti, in apparenza, le psicologie, ma il narratore sembra non prendersi il coraggio per approfondire; la levità, ricercata come marca stilistica, non sembra gestita bene.

Si nota che la Fossum possiede alcuni numeri, ma purtroppo li spreca: il meccanismo a volte fa mostra di se stesso quando non dovrebbe, anche nelle sottili soluzioni di un paio di altrimenti interessanti messe in abisso strutturali e concettuali.
Se vi si aggiungono alcune volute ingenuità, che finiscono con il rasentare il fastidio, si resta con l’impressione di una indecisione tonale, laddove determinati passaggi fanno quasi pensare a un romanzo per ragazzi.

Ironicamente, e in maniera di certo non volontaria, il film di Molaioli ricalca questa generale medietà.
A fornire questa sensazione contribuisce principalmente il dato inglobante e permeante della televisità: i tempi, e in generale tutto l’incedere del film, specialmente nella prima parte, ricordano troppo da vicino una qualsiasi fiction.

Ciò sembra poter essere parzialmente salvato dall’infittirsi degli eventi, e dalle interpretazioni di un cast di tutto rispetto. Sebbene anche in questo caso la scrittura appaia prettamente televisiva (pure se lo sceneggiatore Sandro Petraglia si mostra abile nel variare e ricombinare alcuni elementi fattuali del libro); e allo stesso modo l’ottimo Toni Servillo scade talvolta nella macchietta del meridionale trapiantato al Nord.

Un peccato, perché il male profondo e nascosto della provincia (congeniale la trasposizione dai fiordi alla Carnia, ma in sottotraccia c’è sempre Twin Peaks), insieme al dolore quasi costitutivo dell’animo umano, avrebbero potuto rappresentare degli ottimi spunti.
Al pari di quanto fa a tratti la scrittrice, Molaioli mostra tuttavia una mano discreta, evitando soluzioni troppo banali nelle inquadrature, destreggiandosi con una certa perizia soprattutto negli esterni.
Si attende insomma l’opera seconda, sperando che egli riesca a ritagliarsi una maggiore libertà dalla sceneggiatura.

Karin Fossum, Lo sguardo di uno sconosciuto, Frassinelli, 9,20 €

Andrea Molaioli, La ragazza del lago, Italia, 2007

Gus Van Sant – Paranoid Park

Dottor Carlo dicembre 29th, 2007

Paranoid ParkQuello di Blake Nelson è un romanzetto insulso, per il quale si dovrebbe istituire il reato di abuso citazionale e vilipendio al lettore, visto il riferimento epigrafico a Dostoevskij.
Trama piatta, nessuno scarto, banalità imbarazzanti, anche un buon grado di approssimatività narratologica, con la voce del personaggio che dice io che racconta spesso pensieri in contrasto più o meno marcato con quelli supposti di un sedicenne come lui, per quanto sensibile possa essere.

Gus Van Sant prende questo soggetto canovaccio, lo smonta e lo rimonta dal punto di vista temporale con salti continui piccoli e grandi, contrasta l’assoluta piattezza stilistica del libro con il ricorso a una pluralità di mezzi e di tecniche: 35 millimetri, super 8, camerine montate sugli skateboard, soliti ralenty, carrellate e nuche (ma anche volti).
Sembra voler tentare anche di più, generalizzando una questione esistenziale dell’adolescenza a partire dal singolo particolare, mediante una ricerca linguistica di sensi poetici aggiuntivi, attenta a inquadrature, tempi e movimenti, e con lo splendido supporto del sonoro.

Purtroppo il film pare incepparsi in eccessi di estetismo e maniera, intaccando anche il resto e facendolo in parte sfumare. (Qui un approfondimento.)
Tuttavia, si resta assai più stimolati e soddisfatti nel confrontarsi con questo genere di difetti, invece di perdere tempo dietro a un inutile e insensato romanzetto di formazione.

Blake Nelson, Paranoid Park, Rizzoli, 14 €

Gus Van Sant, Paranoid Park, Francia/USA, 2007