Freschi


favorite.jpgSe doveste preparare un tè per Emma Bovary sapreste resistere alla tentazione di convincerla a lasciar perdere Rodolphe e trovarsi un’occupazione?
Se Anna Karenina vi chiedesse la marmellata riuscireste a non suggerirle di tenersi lontana dai binari?

Anne-Marie e Penny, madre e figlia, sono le proprietarie di un bed&breakfast davvero singolare. Perché le ospiti più frequenti sono le eroine in temporanea fuga dalle loro tormentatissime storie e per Penny, quindicenne, non è sempre facile rispettare la regola e non interferire.

Per fortuna le eroine non ascoltano molto, più che altro spiluccano con aria drammatica il cibo in circolazione, versano fiumi di lacrime e dormono moltissimo.

La trovata di Eileen Favorite ha i suoi risvolti leggeri, ma non lasciatevi ingannare, non siamo dalle parti spensierate di Jasper FForde.
I tormenti de Il bosco delle storie perdute non sono solo quelli delle eroine dei romanzi ma delle donne reali che lo abitano, perse a loro volta nell’espiazione del passato (Anne-Marie) e nella conquista della propria identità (Penny).

Eileen Favorite non gestisce al meglio il passaggio tra registri e punti di vista; molti passaggi, compresa la fine, galleggiano privi di un’intenzione.
La lettura resta piacevole e i ritratti delle eroine così come i capitoli dedicati alle ragazze interrotte la suggeriscono.

Eileen Favorite, Il bosco delle storie perdute, Elliot, 17,50 €
Foto: Consumerfriendly

blood.jpgSe il titolo fa pensare a un manuale di auto aiuto non è colpa di Stieg Larsson, che aveva scelto, per il primo capitolo della trilogia Millenium, il più suggestivo The girl with the dragon tattoo.

Non solo, in questo come in altri casi (comprensibili alla luce del marketing per un paese dove si legge poco), La versione angolosassone del titolo sposta l’attenzione su uno dei centri pulsanti di questo giallo svedese: il personaggio di Lisbeth Salander, di professione ricercatrice per una ditta di security, di natura sociopatica borderline.

Perché nell’affannoso tentativo di Mikael Blomkvist, reporter investigativo, di immergersi nella famiglia Vanger fino a scoprire chi dei suoi membri ha ucciso molti anni prima la sedicenne Harriet, Lisbeth gioca un ruolo essenziale.

Riassumere il disagio di chi, a forza di sentirsi trattare da anormale, si convince di esserlo. Scardinare con la sua logica non lineare ma perfettamente razionale, i ruoli di vittima e carnefice.

Come dice Lisbeth, Mikael è invece afflitto dal complesso “dell’uomo perbene” ma questo non gli impedirà di arrivare a fondo in una storia familiare in cui non sembrano esistere innocenti.

Non vi lasciate spaventare dalle mole di 676 pagine, questo è davvero un giallo che si legge d’un fiato. Certo, si respira tutt’altra aria dalle indagini mankelliane, i tocchi di streotipo a partire dalla stessa Lisbeth non mancano, ma è una lettura coinvolgente che intreccia il gusto per le cronache familiari al tema del giornalismo investigativo e della sua etica.

Stieg Larsson, Uomini che odiano le donne, Marsilio, 19,50 €

Foto: Lastexit

nocilla.jpg«Una stupidaggine. E basta»
«Il grande poema dell’armonia che giace sotto lo strato superficiale della cultura precostituita. Un Internet tascabile. Una scossa»

Ad Augustin Mallo bisogna riconoscere perlomeno questo: a pagina 174 del suo romanzo è riuscito a riportare la sostanza delle stroncature e lodi che il suo libro poteva guadagnare. Il mio giudizio si colloca esattamente a metà tra queste due:-).

Il sogno della Nocilla è un romanzo che ci porta in giro per frammenti, facendo pensare più che alla Rete a una mappa mentale, partendo da uno duplice spunto: il deserto e un albero a cui sono appese delle scarpe.

Attorno e sotto (geograficamente e non), scorrono vite, sogni e illusioni accennate più che raccontate con un linguaggio che vorrebbe essere più innovativo di quel che è.

Leggetevelo se siete appassionati di Micronazioni, città sotterranee e strani fenomeni fisici, sapendo che si limita stuzzicare l’appetito, senza lasciare tracce.

Augustín F. Mallo, Il sogno della Nocilla, Neri Pozza € 15

moore.jpgSe vi capitasse di veder comparire sul comodino un foglietto con un nome e una data, se la frequenza con cui trovate nei paraggi di un deceduto diventasse insolitamente alta, se oggetti dal bagliore rossastro giungessero a voi e se infine udiste delle voci sinistre provenire dalle fogne… beh, ci sono buone possibilità che siate diventati un Mercante di Morte.

Se invece avete solo avuto una giornata pesante, difficilmente potrete battere Charlie Asher, almeno da quando deve dividere il proprio tempo tra la sua bambina e l’incarico di setacciare la città a caccia di anime cercando di battere sul tempo le forze oscure.

Il libro di Christopher Moore è estremamente divertente, e questo è il primo buon motivo per leggerlo. Il secondo è che le scorribande di Charlie per le strade di San Francisco restituiscono l’immagine di una città dai mille volti.
Il terzo, è che questo libro riesce a fare tutto questo e parlare del delicatissimo rapporto tra chi resta e chi lascia facendo filtrare una genuina sensibilità e una profonda comprensione della frustrazione che ciascuno di noi prova incrociando l’ombra della morte sul volto dei propri cari.

Farlo strappando più di un sorriso non è poco. Complimenti anche a Elliot, casa editrice nata nel 2007, decisamente da tenere d’occhio.

Christopher Moore Myspace
Giancarlo Di Cataldo su Un Lavoro Sporco

Christopher Moore, Un lavoro sporco, Elliot, € 16,50
Foto Cirox

riccio.jpgQuando di un libro vorresti citare una miriade di passaggi i casi sono due: o il libro è illuminante una pagina sì e l’altra pure (evento rarissimo ma non impossibile), o l’autore è un furbetto particolarmente bravo nel mestiere di generare citazioni.

In alcuni casi ancora più rari le due affermazioni sembrano entrambe vere ed è proprio quanto avviene con L’eleganza del riccio.

Renée non è una portinaia qualsiasi, anche se tutti i suoi sforzi sono concentrati nel sembrarlo. Le portinaie non leggono i grandi romanzi russi, non si commuovono di fronte a un dipinto e di sicuro non si appassionano per delicati film giapponesi, tutte cose che la brava Renée nasconde ai ricchi inquilini del suo palazzo per confermare la rassicurante immagine di una non-persona a base di cavolo e soap opera.

Qualcun’altro, con la complicità di una ragazzina altrettanto fuori dal normale e altrettanto impegnata nel sembrare qualcosa di meno di quel che è, provvederà a sconvolgere la routine della portinaia Renée e del palazzo.

Muriel Barbery, docente di filosofia e caso letterario proprio grazie a questo volume, è una gran furbacchiona. Non solo disegna dei personaggi assolutamente deliziosi a cui è impossibile non affezionarsi. Non solo costruisce una trama che rapisce fin dalla prima pagina, ma lo fa con parole e pensieri che suonano altrettanto “deliziosi”.

Forse un po’ troppo, quasi come se il mondo dei borghesi illuminati che il libro prende di mira avesse contaminato più di un po’ la sua autrice che mette in bocca ai suoi personaggi le riflessioni sue (come dichiara qui) e di qualche grande filosofo. Un po’ troppo, decisamente, anche a voler abbracciare la nobilissima intenzione di dare una scossa ai pregiudizi.

Resta che il libro è godibilissimo, alcuni passaggi sono davvero illuminanti, per la profondità e lo humor, e il tutto è “molto francese”. Che per alcuni sarà un difetto e per altri un pregio;-)

Muriel Barbery, L’eleganza del riccio, e/o, 18 €
Foto: Cirox

englander_cirox.jpgNon so se giusto usare, come fa Gad Lerner, il termine “capolavoro”, ma di sicuro è quello di Englander è uno dei più bei libri in circolazione.

Kaddish Poznan è un signore che di mestiere fa il cancellatore di memorie scomode, peccato che nel 1976, in Argentina, la sua modesta e amichevole attività familiare sia spodestata da un’impresa di Stato, assai più determinata nel rimuovere non solo i nomi ma le vite dei propri cittadini.

Un’altra dittatura insomma, ma qui il punto di vista è molto diverso da quello di Anna Funder, anche se il senso di frustrazione e di insopportabile ingiustizia è lo stesso.

Englander non sarà il solo che ha scelto di occuparsi di questo momento nella storia della sopraffazione umana, ma il modo in cui riesce a farlo intrecciando individualità e collettività (argentine, ebree) è ammirevole.

Dicono che l’autore abbia lavorato moltissimo al testo, leggendo le prime pagine si intuisce che è stato soprattutto un lavoro di sottrazione, e il risultato è che si fatica un po’ a entrare nella storia, a orientarsi nello scenario iniziale.
Ma è una piccolo sforzo ampiamente ripagato dai successivi capitoli e nel complesso da un libro che riesce a emozionare schivando ogni sentimentalismo.

Nathan Englander, Il ministero dei casi speciali, Mondadori, 18 euro

Foto: Cirox

wesselmann.jpgUna delle regole di questo blog è evitare di parlare di libri che non ci sono piaciuti. Perché sono troppi quelli belli e meritevoli di attenzione per perdere tempo con questi. L’eccezione alla regola è la tutela dall’incauto acquisto.

Morbide e seducenti copertine, quarte invitanti, autori autorevoli, belle promesse non mantenute. Non semplicemente libri brutti, ma crolli verticali dal paradiso delle aspettative all’inferno della delusione (estetica o economica).

Spiace dirlo, È tutta una finzione rientra nel genere e con la somma colpa di aver sciupato quella che poteva essere un’ottima storia.

Viviamo tutti in mezzo alle illusioni, cosa c’è di più interessante che essere guidati da un vero prestigiatore attraverso le pieghe della realtà? Scoprire come un aspirante frate con la passione della geometria può trasformarsi in uno dei più potenti maghi di tutti i tempi e apprendere con trepidazione e crescente curiosità della sua sorte…

Peccato che questa prima persona singolare che parla a un “tu” suoni da subito falsa e artificiosa. Peccato che lo stile sia piatto e l’evoluzione della trama scontata (chi indovina cosa farà il mago raggiunto l’apice del successo?).
Peccato che le buone idee siano soffocate e forse non così solide da reggere un romanzo, anche breve.

Peccato che a metà libro ti attraversi il cervello l’idea che l’intera storia del manipolatore della realtà sia una metafora dello scrivere e che a quel punto ti domandi: e allora?

Daniel Kehlmann, È tutta una finzione, Feltrinelli, 9,5 €

Foto: Cirox

pelle.jpgCapita che una mattina ti svegli e scopri che quello che ti circonda non ti assomiglia più.
Capita che mentre bevi un tè realizzi che quello per cui hai lottato ti è costato un pezzo di anima.
Capita che invece di limtarti a pensare che è il momento di andare, impacchetti le tue cose e parti.

Altrove, magari su un’isola, un pezzo di terra spazzato dal vento e dal mare dove ti aspetta un lavoro per cui non devi neanche fingere entusiasmo.
Nessuno che faccia domande, niente occhi in cui specchiare la tua umanità impoverita.

Il narratore di Albert Sánchez Piñol sceglie una sperduta isola al largo della Patagonia, convinto di trovare tutto questo. Ma il nuovo ufficiale meterologico avrà una sorpresa che lo costringerà a rivedere radicalmente i suoi piani e a riprendere la lotta, questa volta per la sua stessa vita.

In La pelle fredda siamo dalle parti di Robinson Crusoe (ma quello di Michel Tournier), de Il signore delle mosche e di Alien.
Una lettura a tratti disturbante ma sicuramente un libro interessante che coniuga il gusto per l’avventura con quello per l’introspezione.

Si finisce un po’ delusi per la chiusura del cerchio, ma resta in bocca un buon sapore di sale.

Albert Sánchez Piñol, La pelle fredda, Feltrinelli, 15 euro

tango.jpgCosa può aver fatto un uomo per meritare di essere frustato a morte su ogni parte del corpo, trascinato come un sacco e deposto nel cuore di una foresta gelida?

Hanning Mankell riparte da qui e dalle altre domande che si pone Stefan Lindman, ispettore di polizia, per liberarsi dell’amato/odiato Wallander e dare corpo a un’indagine che attraversa ancora una volta i confini del presente, evocando i sinistri echi del nazismo.

Stefan Lindamn è anche e soprattutto un uomo dal fiore in bocca, che si getta in un’inchiesta che non gli compete pur di non affrontare l’idea della propria possibile morte, pur di distrarsi da se stesso. Mankell però lo costringerà a fare i conti con quel che è, con il suo futuro e con il suo passato.

Si dice che questo sia il migliore romanzo dell’autore svedese. Se Mankell non avesse scritto La leonessa bianca, potrei essere d’accordo.
Ma quel precedente pesa e deve saperlo anche il suo autore, che qui replica l’operazione di intrecciare storia e Storia, con meno successo.

L’autore prova a ribadire il cambiamento operando anche sul paesaggio, non siamo più nella relativamente assolata Scania ma nel profondo nord dello Härjedalen (meriterebbe il Nobel anche solo per averci creato una topografia immaginaria della Svezia), ma non è sufficiente.

Quando e se una recensione di Mankell sarà affidata a Iorek, scopriremo forse perché i suoi personaggi si fermino così spesso “a urinare fuori dalla macchina” e perché le donne siano presenze evanescenti confinate alla cornetta, in eterna attesa.

Per ora possiamo dire che sì, sarà un bieco impulso emotivo, sarà resistenza al cambiamento… ma quanto ci manca Wallander!

Henning Mankell, Il ritorno del maestro di danza, Marsilio, 18,50 euro

Foto: Bastet

Turing crede che le macchine pensino
Turing giace con gli uomini
Quindi le macchine non sanno pensare

turing.jpgIl sillogismo è opera dello stesso Alan Turing, il genio a cui David Leavitt dedica un’appassionata biografia.
Chi ha frequentato almeno un corso di informatica conosce il nome dell’autore della macchina alla base delle speculazioni logiche che hanno portato alla nascita dei computer.

Meno noto il suo fondamentale contributo alla decrittazione dei codici generati da Enigma, lo strumento utilizzato dai nazisti per proteggere le proprie comunicazioni.

Leavitt esordisce il suo tributo al genio soffermandosi in particolare su alcuni aspetti della sua vita privata che, secondo l’autore, ne spiegano in parte il pensiero originale e non allineato. Turing era omosessuale, e lo era in un’epoca in cui, in Inghilterra, era considerato un reato punibile con il carcere e la castrazione chimica (e naturalmente entrambe le fortune spettarono a Turing).

Ora, non occorre essere come Leavitt un paladino della causa, per comprendere quale incidenza ciò possa avere avuto nella vita di un uomo che si è dedicato interamente alla conoscenza e ha visto le proprie scoperte spesso ignorate, fraintese, quando non apertamente derise.

Perché Turing non si è limitato a sondare le possibilità della logica simbolica ma è andato oltre, immaginando un mondo in cui le macchine non solo cooperano con l’uomo ma mettono in discussione il suo concetto di intelligenza, esigono rispetto.

Sono moltissimi gli spunti di riflessione che questo libro è in grado di offrire, ma ci sono due grandi “ma”.

Il primo è che Leavitt insiste forse eccessivamente sul tema dell’omossessualità di Turing, sicuramente ingiustamente trascurato ma qui ribadito in modo ridondante.

Il secondo è che nonostante la premessa dell’autore che ci confessa di capirne poco di logica e matematica, il libro si addentra in questioni complesse.

Certo, si tratta di capire il valore degli studi di Turing.
Ma… le pagine sulla logica e sulla macchina di Turing sono ostiche, seguono quelle sulla matematica pura (e sono dolori) e quando ci si rilassa con la crittografia, immaginando il risvolto spionistico, si è stroncati dall’accurata descrizione di Enigma (una specie di flipperone per matematici).

Resta la suggestione evocata dai sogni di Alan Turing e dalla sua fine.
L’uomo che aveva spinto oltre il proprio pensiero, osando sfidare il mainstream e perseguendo, anche a costo di sbagliare, le proprie intuizioni, si tose la vita a 41 anni, mordendo una mela intinta nel cianuro.

Come un altro grande logico, Gödel, Turing era rimasto affascinato dall’edizione dinseyana di Biancaneve e i sette nani.
Leavitt lascia intendere che forse già quando percorreva i corridoi del King’s College cantando “Metti il frutto nel veleno fino a quando ne sia pieno” portava il germe della sua fine.
Non importa, così come non importa la leggenda che vuole il logo della Apple ispirato al grande logico.

Quello che conta è che, come ci ricorda David Leavitt, la mela di Biancaneve non la uccide, la fa cadere addormentata.
Forse Turing sta ancora sognando le sue macchine che scrivono sonetti e gustano le fragole con la panna…

David Leavitt, L’uomo che sapeva troppo, Codice Edizioni, 19 euro

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