Archive for the 'Altrove' Category

Richard Yates – Revolutionary road

Nathan giugno 28th, 2009

Su questo libro ci si può  limitare a pochissime parole:

ecco il prototipo del romanzo perfetto.

Dialoghi e pensieri che dicono tutto, compresi il contesto storico-sociale e il quadro di valori, con una esemplare economia di parole.
Profondità e rotondità dei personaggi come solo i migliori maestri…
L’alternarsi impeccabile di fabula e flashbacks.
Una scrittura che emoziona fin dalla prime pagine per una bellezza stilistica senza pari (lode ad Adriana dell’Orto per la traduzione).
La straordinaria capacità di trascinarti dentro la storia, di calarti nei pantaloni di questo o quel personaggio e di farti esclamare, almeno una volta ogni 10 pagine, “diomio, ma quanto mi assomiglia quell’idiota!”

Chi ancora non avesse letto, disgrazia sua, Francis Scott Fitzgerald, Raymond Carver, Richard Ford, Jonathan Franzen, non si affretti a recuperare il tempo perduto alla ricerca di tanti, forse per lui, troppi libri, perché sono tutti qui dentro, in questo imperdibile romanzo, forse solo un po’  caro, riproposto (già in un’edizione precedente e più economica e prima ancora di Hollywood) dalla sempre sorprendente minimumfax.

Richard Yates, Revolutionary road, minimumfax, € 18

Björn Larsson – Otto personaggi in cerca (con autore)

Sdrucciola giugno 14th, 2009

Questo singor Larsson non è quello che scala le classifiche dei libri più venduti, ma gode di una sua schiera di fan accaniti che attendono con trepidazione l’uscita di ogni suo nuovo romanzo.
Perché ogni volta non sia mai bene cosa aspettarti, da uno come Björn Larsson.
Quello che sai, è che ogni sua storia ti sussurrerrà un invito all’altrove, sia che rivisiti un classico come L’isola del tesoro, o che scelga di raccontarsi come in Bisogno di libertà.

Come in questi racconti che illuminano delle vite sospese tra l’ordinario e lo straordinario. Vite di persone che, in diversi ambiti scientifici, sono accumunate dalla spinta della ricerca.
Animate e in qualche caso uccise dalla danza tra il desiderio di conoscenza e la finitezza umana con cui fa i conti ogni tentativo di dare un senso a quello che ci circonda e che siamo.

Non contento, Larsson si butta in mezzo e diventa personaggio. Così tra il filologo, il virologo e lo speleologo, ognuno attratto dalle sue personali sirene conoscitive e ognuno preso in giro dal cosmo che tenta di afferrare, appare il romanziere in crisi. Che scova una ricetta, LA ricetta, per riprendere a scrivere.
Verità e bellezza, bellezza e verità. Ogni parola dev’essere bella e vera.

” E’ così semplice, e così disperatamente difficile”

Björn Larsson, Otto personaggi in cerca, Iperborea, 15€

Raymond Carver – Principianti

Nathan maggio 11th, 2009

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Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, prima di essere tagliato si chiamava Principianti. Quell’editor, Gordon Lish, non risparmiò sforbiciate feroci, tagliando la metà del manoscritto di un Carver (lo leggiamo nelle lettere a corredo di questa edizione Einuadi) irreparabilmente costernato. Ed Einaudi, appunto, scaduti i diritti di Minimumfax, lo pubblica “in anteprima mondiale”, come urla la più classica delle fascette rosse su coperta bianca.

E così, lo hanno detto un po’ tutti, ci ritroviamo tra le mani un Carver diverso, in parte già conosciuto in Da dove sto chiamando. Un autore che lascia parlare i suoi personaggi, dove invece l’editor aveva scelto i silenzi, che procede lento indugiando nei finali, riempiendo gli spazi bianchi di quegli stop sospesi nel vuoto.

Ma non c’è solo questo. Scrisse un Baricco d’annata, in quel falso scoop di Repubblica:

(Carver) costruiva paesaggi di ghiaccio ma poi li venava di sentimenti, come se avesse bisogno di convincersi che, nonostante tutto quel ghiaccio, erano vivibili. Umani. Alla fine la gente piange. O dice Ti amo. E la tragedia è spiegabile. Non è un mostro senza nome. Gordon Lish dovette intuire che, al contrario, la visione pura e semplice di quei deserti ghiacciati era ciò che di rivoluzionario aveva quell’ uomo in testa. Ed era ciò che i lettori avevano voglia di sentirsi raccontare. Cancellò minuziosamente tutto ciò che poteva scaldare quei paesaggi, e quando ce n’ era bisogno, aggiunse perfino del ghiaccio.

Il Carver “originale” è allora meno efficacie e le sue non sono le stilettate che conoscevamo nella versione “rivisitata”. In questi racconti “integrali”, però, il suo è un affondo prolungato nella vita dei personaggi, che finalmente assumono uno spessore inedito e dove mai come prima il gioco dell’empatia personaggio-lettore si svela in tutta la sua forza.

E sarà che a me i personaggi che trovano una qualche via di salvezza mi danno un certo sollievo, sarà che ritrovo le mie contraddizioni nel rovello interiore di queste nuove pagine, ma a me questo Carver, pur con le sue pecche, mi piace assai. Solo per fare un esempio, vorrei che qualcuno mi convincesse che il racconto Una cosa piccola ma buona, mantiene, nella versione di Lish priva di finale, la stessa sapiente metamorfosi di una storia così emotivamente greve che sfuma in un finale inaspettatamente dolce e intensamente riconciliante.

Ancora Baricco:

C’ è una compassione per loro, e una comprensione di loro, che ottiene l’ acrobazia insensata di farti sentire dalla parte del cattivo. Io conoscevo il Carver che sapeva descrivere il male come cancro cristallizzato sulla superficie della normalità. Ma lì (nei racconti originali, oggi di Einaudi) era diverso. Lì era uno scrittore che provava disperatamente a trovare un risvolto umano al male, a dimostrare che se il male è inevitabile, dentro di esso c’ è una sofferenza, e un dolore, che sono il rifugio dell’ umano – il riscatto dell’ umano – nel glaciale paesaggio della vita.

Sbaglio o allora ci troviamo di fronte a un narratore meno cinico, ma finalmente votato alla rappresentazione della complessità umana e in definitiva più maturo?

Raymond Carver, Principianti, Einaudi

Foto: avventore di un pub londinese (di Sonia Squilloni)

Christian Frascella – Mia sorella è una foca monaca

Dottor Carlo aprile 28th, 2009

Mia sorella è una foca monacaContinua a citare film americani di ogni tempo, il diciassettenne protagonista di Mia sorella è una foca monaca, ma è alla commedia all’italiana che il libro potrebbe avvicinarsi.
Di quella più valida possiede infatti l’equilibrio tra leggerezza di toni, divertimento saporoso, ambientazione sociale realistica, amarezza di fondo rispetto alla vita.
Come anche, alcune semplificazioni,* qualche tentennamento e almeno un paio di scivolate, che tuttavia si giustificano volentieri, inserite nell’insieme.

Perché questo insieme è un gradevolissimo e onesto romanzo di formazione, che strizza l’occhio all’Holden (anche con precise marche linguistiche: “eccetera” e “ci rimase secca”), ma che vuole e sa porsi nel novero della “letteratura di massa”, nel senso morettiano niente affatto deteriore di forma narrativa capace di parlare del presente riuscendo nel contempo a raccontare una storia con intreccio e personaggi in divenire.
E lo fa, peraltro, con una scrittura accorta, uno stile non anonimamente main-stream e un confidente utilizzo, virato al ludico, di un narratore per molti versi inattendibile, che il testo svela a sprazzi sapienti e ben collocati.

*Ma non sono affatto sicuro che il parlare del protagonista e di suo padre con una stessa voce, nel senso strettamente bachtiniano, non sia in realtà un accorgimento del tutto consapevole e mirato.

Christian Frascella, Mia sorella è una foca monaca, Roma, Fazi, 2009, € 17,50.

Mia Couto, Terra sonnambula

LaLena aprile 9th, 2009

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Leggere Terra sonnambula è stato come ricongiungere tanti fili che da anni inseguivo e provavo a intrecciare, ha significato ritrovarli inaspettatamente tutti insieme a ordire un romanzo bellissimo, che ci parla da una diversità che subito sembra totale ma che, a poco a poco, sa raggiungerci attraverso il movimento universale dell’immaginazione che si schiude per cauterizzare la ferita, della catastrofe che lotta per riuscire a farsi racconto, riconquistando il diritto al sogno anche per gli ultimi, i “dannati della terra”.

Siamo nel Mozambico della guerra civile (1977-1992) e tutto è come giunto alla fine, le cose sembrano ormai assuefatte a una “rassegnata pratica della morte”. Anche la strada si è fermata, uccisa dalla guerra. Un vecchio e un bambino camminano lungo quella strada, in cerca di un rifugio: decidono di ripararsi dentro un autobus bruciato da poco, con a bordo ancora dei cadaveri, carbonizzati. Accanto a uno dei corpi, i due trovano dei quaderni, i “quaderni di Kindzu”, che il bambino comincia pian piano a leggere al vecchio, dapprima diffidente davanti a quelle parole per lui indecifrabili ma, ben presto, tanto coinvolto da non poter più fare a meno di quelle storie, non meno dure delle loro, ma trasformate in vite raccontate dalla voce del piccolo Muidinga e pervase dal fantastico, che nelle sue manifestazioni più alte non è mai invenzione gratuita ma piuttosto necessità inderogabile, unica via possibile per ritrovare un contatto con la realtà. Perché la parola davanti all’orrore è costretta ad ammutolire o a ripartire da zero, rimescolando le carte un tempo separate del vero e del falso: “Con la guerra capita una cosa: tutto diventa verità. Si varca la frontiera, morte e vita diventano gli intercambiabili lati di un’unica linea.”

Leggendo e ascoltando le storie di Kindzu, confondendosi con loro, il bambino e il vecchio riescono finalmente a riappropriarsi della loro storia e ritrovano la loro infanzia che sembrava irrimediabilmente azzittita dal vuoto che li circonda. L’indigenza assoluta in cui sopravvivono riesce, grazie ai quaderni, a lasciare un piccolo spazio per il desiderio, “desiderio del testo”, certo, se vogliamo scomodare Barthes, ma di un testo che recupera e amplia la sua radice etimologica, quel textum che è, sì, tessuto, ma anche e soprattutto nel senso di tessuto corporeo, fatto di carne muscoli pelle e sangue. Persone. Percorsi. Ogni persona con una vita che è unica, ma spesso è solo quando questa vita diventa racconto che ce ne accorgiamo. Inventandosi una nuova lingua, attraverso un’originalissima manipolazione del portoghese trapiantato in Africa dai colonizzatori europei, Mia Couto arriva a farci capire davvero che è proprio l’unicità ciò che ci accomuna tutti, facendoci sentire elementi irripetibili di un universo condiviso che sulle nostra singole, ineludibili, alterità intesse la sua trama, annullando le dicotomie a cui ci siamo assuefatti e creando terze, quarte, infinite vie, senza mai rimuovere il tragico, senza mai farsi annientare dalla morte.

Mia Couto, Terra sonnambula, Guanda, € 7,50.

John Updike – Terrorista

Nathan aprile 1st, 2009

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John Updike è stato un narratore straordinario. Nella sua lunga attività di scrittore, ha dato forma e profondità alla remota provincia americana. Ha giocato con i cliché che la vogliono pigra, superficiale, individualista, raccolta in un quadro di valori auto-centrati. E miope, dotata di una limitata coscienza di sé, votata al perseguimento di una predeterminata direzione, ma senza comprenderne il senso e i significati profondi e per tutti questi motivi destinata al fallimento.

Ma i luoghi comuni culturali sono delle gabbie che limitano lo sguardo dentro uno schema coerente ma parziale, spesso fuorviante.
Occorre superarli, come fa Updike in questo splendido romanzo, un’opera immancabile per chi ama la grande letteratura. Di oggi e di sempre.

Ahmad ha 18 anni e vive nel New Jersey.
Irlandese da parte di madre ed egiziano per eredità di un padre che li ha abbandonati quando era un bambino, Ahmad è soggiogato dal fascino di una verità intransigente. L’islam propugnato da un vecchio iman yemenita è ai suoi occhi il necessario argine ad una società disorientata e debole. Gli insegnamenti coranici gli offrono una rigida linea di condotta, un quadro di valori che contrasta con quello della città in cui vive, che lo spingono all’isolamento, suggerendo giudizi severi nei confronti dei compagni di scuola e di sua madre.
Sola, con un figlio inafferrabile, Teresa ha affrontato la sfida della propria sopravvivenza e di quella di Ahmad. Fragile ed esuberante, superati i quarant’anni Teresa ha imparato a convivere con la collezione dei fallimenti sentimentali che ancora non si è lasciata alle spalle.
E poi il signor  Levy, un’opaco consulente scolastico che tenta, senza il necessario convincimento, di persuadere Ahmad dalla sua scelta di prendere la patente di camionista alla fine della scuola, invece di iscriversi all’università. E sua moglie, grassa bibliotecaria adagiata sulle consuetudini quotidiane che si accontenta dello svago di uno show televisivo….

La sapienza di Updike nel disegnare le psicologie dei suoi personaggi è quella dei grandi maestri del romanzo, la sua abilità nella costruzione del contesto ha il valore di un saggio sociologico e la solidità della trama, che in questo libro volge a un finale da thriller, fa arrossire di vergogna qualunque incensato autore da bestseller.

Ahmad si lascerà manipolare dagli uomini che hanno deciso di avvelenare la sua mente per fare del suo corpo un’arma letale.
In un finale da suspense, senza essere barbaramente concitato, Updike scaglia la sua arma di distruzione sulla massa degli scrittori da strapazzo che affollano le classifiche di vendita. E l’uomo qualunque di una molle provincia americana rovescerà un destino già scritto per affermare un inaspettato e stupefacente riscatto.

John Updike , Terrorista, Guanda, € 15

Eraldo Affinati – Berlin

Sdrucciola marzo 15th, 2009

berlin1Sette pronomi per sette giorni. Sette modi per raccontare una città incredibile, nata e risorta infinite volte. Chiunque ci sia stato e l’abbia amata troverà qualcosa in cui riconoscerla e riconoscersi.

Edoardo Affinati riesce benissimo nel difficile compito di creare percorsi attraverso il tempo e lo spazio che davvero restituiscono l’unicità di una città, fino ai suoi odori.
Un insieme composto da tante tessere di puzzle quanti sono i suoi quartieri, i poteri che l’hanno dominata, le persone che qui hanno trovato vita, morte, ispirazione o la semplice quotidianità di un currywurst ben preparato.

Consiglio l’abbinamento con Il rogo di Berlino di Helga Schneider: il resoconto doloroso di un’infanzia sotto le bombe, il declino di un assurdo sogno di dominazione che si specchia nella povera umanità dei sopravvissuti.

In ogni caso, tenete in tasca un biglietto aereo, perché con questa scorpacciata berlinese vi verrà una gran voglia di partire!

Eraldo Affinati, Berlin, Rizzoli, 17 €

W.G. Sebald – Austerlitz

Nathan febbraio 19th, 2009

Chi ha affrontato il viaggio attraverso i secoli di storia del popolo ebraico al Jewish Museum di Berlino sa di cosa si parla qui.

Leggere questo libro di Sebald è come attraversare il Giardino dell’Esilio, progettato, come tutta la struttura del museo, da quel genio visionario di nome Daniel Liebeskind. Un piano leggermente inclinato su cui camminare, alte stele di cemento che confondono l’orientamento, luce che filtra dall’alto di un cielo solo intravisto.

Austerlitz, il protagonista del libro, è un professore di storia dell’architettura, più di ogni altro consapevole di come i luoghi e le costruzioni diano forma tangibile al carattere, all’identità e al destino di un intero popolo. Austerlitz è uno sradicato, un bambino salvato dalla furia nazista sull’Europa orientale. Cresciuto in Inghilterra da genitori adottivi, preda della vertigine di un passato rimosso dalla sua memoria, Austerlitz si mette sulle tracce della sua vita dimenticata.
Disegnerà il volto della madre attraverso le parole di una sopravvissuta, ne seguirà il cammino di deportata, condiviso, sebbene a distanza, anche dal padre. Entrambi persi per sempre nel gorgo di quegli anni di guerra.

Ma in questo libro la vertigine di Austerlitz è anche quella del lettore. Le lunghe descrizioni di antiche fortezze, che la storia ha dichiarato sconfitte dagli assedi. Le minuziose osservazioni di oggetti e luoghi e manufatti. E le discese improvvise, la narrazione pura che irrompe, i diritti cancellati, le persecuzioni, un volto su una foto sfocata, la desolazione della memoria che non delinea i contorni e li lascia fuggire.

…. Menukhah, la moglie del rabbino, decise di emigrare dalla Lituania in Sudafrica con i nove figli e, di conseguenza, lo stesso Jacobson trascorse la maggior parte della sua infanzia nella città di Kimberley, situata accanto all’omonima miniera di diamanti. A quell’epoca le miniere – così lessi mentre sedevo davanti alla fortezza di Breendonk – erano già state nella maggior parte dismesse, comprese le due più grandi, la Kimberley Mine e la De Beers Mine, e poiché mancavano di recinzione era possibile spingersi – se si aveva il coraggio di farlo – sino al limite più avanzato di quelle enormi cave e guardar giù in un abisso di migliaia e migliaia di piedi. Davvero orrido, scrive Jacobson, era vedere che a un passo dal terreno solido si spalancava un simile vuoto, comprendere che non vi era transizione alcuna, ma solo quella linea di confine, da un lato la vita nella sua ovvietà e dall’altro, di questa vita, l’inimmaginabile antitesi. L’abisso, che nessun raggio di luce riesce ad attingere, è l’immagine impiegata da Jacobson per indicare la storia remota e sommersa della sua famiglia e del suo popolo che di laggiù, ne è ben consapevole, mai potranno risalire in superficie.

Come il visitatore del Giardino dell’Esilio, l’equilibro di Austerlitz vacilla, non restandogli altra scelta che errare. Fino alla fine.
E noi, che leggiamo, saremo con lui. Finché avremo occhi per farlo.


W.G. Sebald, Austerlitz, Adelphi, € 12

Chimamanda Ngozi Adichie – Metà di un sole giallo

Nathan febbraio 12th, 2009

Se questo libro ha un pregio (un grande pregio), è quello di riportare alla luce ciò che nessuno ricorda più.
Chi si ricorda dell’Africa?

Sui giornali italiani nessuno spazio per i 4.000.000 di cadaveri che dalla caduta di Mobutu nel 1997 concimano la terra della Repubblica Democratica del Congo, funestata da guerre, violenze, epidemie e malnutrizione.

Avare le parole utilizzate per scoperchiare l’abisso in cui è sprofondato lo Zimbabwe di Mugabe, dove il 35% della popolazione è sieropositivo o malato di  AIDS, il 50% della terra un tempo coltivata è oggi incolta e il 90% della popolazione attiva non ha un lavoro e vive di espedienti in un paese in cui l’inflazione, di cui si è ormai perso il conto degli zeri,  ha ridotto le banconote a cartastraccia.

E il Biafra?
Braccia scheletriche e pance gonfie, la fortuna dei fotografi di guerra, il tormentone rivolto ai bambini oggi trentenni: “mangia! ché nel Biafra muoiono di fame”.

La Repubblica del Biafra, appunto,  la regione che nel 1967 si autoproclamò indipendente, sancendo una sanguinosa secessione dalla Nigeria.
Con un raffazzonato esercito regolare e gli scarsi appoggi internazionali, il piccolo Stato del Biafra seppe resistere per 4 anni all’aggressione nigeriana. Una guerra estenuante e lunga, che lasciò in eredità “la più grave crisi umanitaria dalla seconda guerra mondiale”.

Attraverso gli occhi di Odenigbo, intellettuale rivoluzionario, quelli di Olanna, la sua bellissima donna, e poi Richard, l’inglese che farà sua la causa biafrana, e tutti gli altri personaggi che amano, vivono e combattono nelle pagine di questo romanzo corale, la parabola del Biafra si affaccia al ricordo sbiadito scavalcando quarant’anni di oblìo.

Sviluppato su due piani temporali – le speranze dell’Africa, che nei primi anni Sessanta prende coscienza di sé, e la rovinosa escalation dal ’67 in poi -, Metà di un sole giallo è un romanzo che mette a nudo le ipocrisie dell’Occidente indifferente e bugiardo, le atrocità della guerra e la metamorfosi della speranza che si scioglie in miseria, non solo materiale.

Il mondo taceva mentre noi morivamo.
E’ il mantra – e l’epitaffio di un intero continente – che insegue il lettore di questo appassionato libro della talentuosa Chimamanda Ngozi Adichie, che per la complessità dell’intreccio (alcuni tagli sarebbero stati necessari)  la grandezza epocale del tema (il tentativo di una tensione epica spesso sfuma senza essere sfruttata come meriterebbe), l’architettura narrativa (i salti temporali non riescono sempre a imporre la suggestione del binomio speranze/sconfitta) e le psicologie articolate (ma spesso troppe schematiche), non si dimostra fino in fondo all’altezza degli ambiziosi obiettivi che si è posta.

Chimamanda Ngozi Adichie, Metà di un sole giallo, Einuadi, € 19,50

Marco Rovelli – Lager italiani

Nathan febbraio 4th, 2009

Stasera (mercoledì 4 febbraio) il governo è stato battuto sulla proposta di portare a 18 mesi (dai 60 giorni attuali) il periodo di detenzione in un Centro di Identificazione ed Espulsione (ex Cpt). Un segnale insperato che mostra come, sulla linea della cattiveria annunciata dal Ministro degli Interni, la maggioranza sia tutt’altro che compatta.

Ma che cosa sono i CIE? Qual è la “qualità di vita” di un immigrato che incorre nella reclusione in uno di questi centri che, nell’intenzione del legislatore, avrebbero dovuto essere delle “sale di attesa” affacciate sull’espulsione?

Marco Rovelli, in questo libro dato alle stampe ormai tre anni fa, racconta un’umanità con la forza dell’attualità più stringente. Che siano del Sud America o del Nord Africa, Pachistani o Senegalesi, gli “irregolari” di Rovelli raccontano, a volte in prima persona, altre con la mediazione della voce dell’autore, le proprie traiettorie personali, vicende intime che diventano corali, all’insegna del denominatore comune della privazione della libertà e spesso della speranza.

Detenuti in locali per una gran parte fatiscenti, nella generale carenza di assistenza sanitaria e legale, privati, in molti casi, anche della più elementare informazione sulla condizione di “clandestino in attesa di espulsione” ed esposti alle violenze di altri detenuti e del personale addetto alla sorveglianza, gli “ospiti” dei Centri di Identificazione ed Espulsione si trovano a vivere in una vera e propria condizione di internati, con la sola colpa di non essere in regola con i documenti, privati della libertà senza aver commesso reati, subito processi, né condanne.

Solo alla fine delle 283 pagine di questo libro ottimamente documentato e corredato in appendice di un censimento dei Cpt ancora attivi all’uscita del volume, potremo rispondere con piena consapevolezza alla domanda “Lager italiani: è solo un titolo sensazionalistico?”

Un link che suggerisce la risposta: “Io, clandestino a Lampedusa” di Fabrizio Gatti

Marco Rovelli, Lager italiani, BUR, € 9,80

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