Nathan maggio 11th, 2009

Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, prima di essere tagliato si chiamava Principianti. Quell’editor, Gordon Lish, non risparmiò sforbiciate feroci, tagliando la metà del manoscritto di un Carver (lo leggiamo nelle lettere a corredo di questa edizione Einuadi) irreparabilmente costernato. Ed Einaudi, appunto, scaduti i diritti di Minimumfax, lo pubblica “in anteprima mondiale”, come urla la più classica delle fascette rosse su coperta bianca.
E così, lo hanno detto un po’ tutti, ci ritroviamo tra le mani un Carver diverso, in parte già conosciuto in Da dove sto chiamando. Un autore che lascia parlare i suoi personaggi, dove invece l’editor aveva scelto i silenzi, che procede lento indugiando nei finali, riempiendo gli spazi bianchi di quegli stop sospesi nel vuoto.
Ma non c’è solo questo. Scrisse un Baricco d’annata, in quel falso scoop di Repubblica:
(Carver) costruiva paesaggi di ghiaccio ma poi li venava di sentimenti, come se avesse bisogno di convincersi che, nonostante tutto quel ghiaccio, erano vivibili. Umani. Alla fine la gente piange. O dice Ti amo. E la tragedia è spiegabile. Non è un mostro senza nome. Gordon Lish dovette intuire che, al contrario, la visione pura e semplice di quei deserti ghiacciati era ciò che di rivoluzionario aveva quell’ uomo in testa. Ed era ciò che i lettori avevano voglia di sentirsi raccontare. Cancellò minuziosamente tutto ciò che poteva scaldare quei paesaggi, e quando ce n’ era bisogno, aggiunse perfino del ghiaccio.
Il Carver “originale” è allora meno efficacie e le sue non sono le stilettate che conoscevamo nella versione “rivisitata”. In questi racconti “integrali”, però, il suo è un affondo prolungato nella vita dei personaggi, che finalmente assumono uno spessore inedito e dove mai come prima il gioco dell’empatia personaggio-lettore si svela in tutta la sua forza.
E sarà che a me i personaggi che trovano una qualche via di salvezza mi danno un certo sollievo, sarà che ritrovo le mie contraddizioni nel rovello interiore di queste nuove pagine, ma a me questo Carver, pur con le sue pecche, mi piace assai. Solo per fare un esempio, vorrei che qualcuno mi convincesse che il racconto Una cosa piccola ma buona, mantiene, nella versione di Lish priva di finale, la stessa sapiente metamorfosi di una storia così emotivamente greve che sfuma in un finale inaspettatamente dolce e intensamente riconciliante.
Ancora Baricco:
C’ è una compassione per loro, e una comprensione di loro, che ottiene l’ acrobazia insensata di farti sentire dalla parte del cattivo. Io conoscevo il Carver che sapeva descrivere il male come cancro cristallizzato sulla superficie della normalità. Ma lì (nei racconti originali, oggi di Einaudi) era diverso. Lì era uno scrittore che provava disperatamente a trovare un risvolto umano al male, a dimostrare che se il male è inevitabile, dentro di esso c’ è una sofferenza, e un dolore, che sono il rifugio dell’ umano – il riscatto dell’ umano – nel glaciale paesaggio della vita.
Sbaglio o allora ci troviamo di fronte a un narratore meno cinico, ma finalmente votato alla rappresentazione della complessità umana e in definitiva più maturo?
Raymond Carver, Principianti, Einaudi
Foto: avventore di un pub londinese (di Sonia Squilloni)