Archive for the 'Altrove' Category

Nick Harkaway – Il mondo dopo la fine del mondo

Sdrucciola febbraio 7th, 2011

Mettiamo che una grande catastrofe a caso si abbatta sull’umanità. Niente maremoti e grandi effetti maya, diciamo una più tradizionale devastazione partita da un’arma umana fuori controllo, con l’aggiunta di un pizzico di Mad Max e grossi camion guidati da quel genere di eroi che in tempo di pace non vorresti come vicini di casa.
Mettiamoci un sopravvissuto che prima ancora del disastro ne ha viste di tutti i colori, compresi temibili assassini ninja. Infine, immaginiamo che l’arma fuori controllo abbia lasciato quasi inalterato il pianeta, facendo però cose molto strane e assai brutte agli esseri viventi.

Già così c’è materiale sufficiente per un paio di romanzi. Magari non originalissimi, ma se conditi dalla giusta ironia, potenzialmente godibili.
Harkaway invece dev’essersi invece detto: “come…tutto qui?” e dopo averci portato a spasso attraverso la vita del suo protagonista senza nome, proprio scollinato quel punto dove solitamente questo genere di romanzo procede tranquillo verso la conclusione… piazza la bomba. L’equivalente di 10 megatoni di invenzione e ritmo, così all’improvviso.
Il risultato è che quel libro che volevi archiviare nella sezione “qualche bella trovata mal gestita” ti scappa dalle mani per andarsi a mettere nello scaffale “se quest’uomo incontrasse un buon editor potrebbe scrivere un libro salvavita”.

Tutto questo per dire che:
- se l’avete mollato a metà, riprendetelo, il meglio deve ancora venire
- se vi tentatava e siete indecisi, compratelo. Ma lasciatelo da parte per l’estate.
- se vi sembra incasinato, non siete soli. Se vorreste incorniciare alcune frasi, segnatevele perché farete fatica a ritrovarle

Nick Harkaway, Il mondo dopo la fine del mondo, Mondadori, 19€

Arturo Pérez Reverte – Il giocatore occulto

Sdrucciola dicembre 29th, 2010

Per la gioia degli amanti dell’avventura a sfondo storico e dei suoi fan, Pérez Reverte è tornato da un po’ sugli scaffali con una bella avventura ambientata tra il 1811 e il 1812.  Gli elementi essenziali ci sono tutti: un’ambientazione suggestiva (siamo nella Cadice assediata dalle truppe napoleoniche), un insieme ben nutrito di personaggi interessanti, un mistero da risolvere e un’appassionante e non troppo invasiva sottotrama romantica.

Tutti ingredienti di prima scelta, sapientemente miscelati per trascinare il lettore tanto nella soluzione del mistero quanto nell’atmosfera di una città e di un momento. Scritto da qualcuno meno abile e con meno rigore filologico, poteva finire in una brownata delle peggiori. Pérez Reverte riesce invece sempre a creare personaggi sfaccettati e si occupanda con attenzione non solo dei suoi protagonisti ma di tutte le voci che compongono il coro.

Sarebbe potuto essere davvero il suo migliore romanzo, non fosse per il ritmo. Forse per non rischiare la meccanicità tipica dei romanzi usa e getta Pérez Reverte se la prende un po’ troppo comoda nei punti sbagliati, lasciando scemare la tensione proprio quando dovrebbe gestirla al meglio.

Il risultato è che ogni tanto ci si annoia, ed è un vero peccato perché le scene dove manca l’azione non sono meno interessanti, ma alcune pagine sembrano seguire una musica tutta loro che non giova all’armonia del tutto.

Detto questo,  è impossibile rimanere indifferenti al fascino del capitano Pepe Lobo e del meno scontato commissario Tizòn, così come alla magia di una città unica e di un momento irripetibile nella sua storia.

Se volete continuare a giocare, potete accedere ai dossier occulti, dove potreste vincere una copia autografata del libro

Arturo Pérez Reverte – Il giocatore occulto – Tropea – 20€

Foto: chalo84

p.s. Comunicazione di servizio:  Sottotomo è vivo e lotta insieme a noi! La scomparsa di Saramago ci ha scosso al punto di estendere a dismisura l’intervallo tra i post, ma siamo pieni di buoni propositi per il 2011 e soprattutto pieni di buone segnalazioni.

Eli Amir – Jasmine

Sdrucciola marzo 8th, 2010

Noi uccidiamo loro e loro uccidono noi e il mondo ci guarda come se fossimo dei pazzi.

jerusalemNuri Nasseh è un arabo, ma è anche un israeliano. La cosa ci può sembrare strana solo fintanto che guardiamo le cose dall’alto e da molto lontano, accomodandoci nelle confortevoli semplificazioni che aiutano a incasellare gli avvenimenti storici e i conflitti in particolare. Da una parte gli arabi, dall’altro gli israeliani. Gli arabi sono tutti musulmani, gli israeliani sono tutti ebrei.

In questa storia, ambientata negli anni ’60, poco dopo la guerra dei sei giorni, ci sono arabi cristiani e ci sono ebrei iracheni e molto altro utile a sentire che le pigre semplificazioni ci levano un pezzetto importante nel comprendere davvero la realtà. Non a capire, perché questo libro non è un trattato e non cerca di convincerci di nulla. Ma a fare un piccolo passo in avanti nella comprensione del dramma che ha dilaniato e continua a ferire interi popoli.

Nuri Nasseh è un ragazzo qualsiasi che si trova a vivere in un punto cruciale in un posto cruciale con una missione cruciale: portare una qualche forma di normalità tra vincitori e vinti. In veste di consulente israeliano per gli affari arabi non potrà accontentarsi delle semplificazioni, dovrà immergersi nelle contraddizioni non solo tra le parti ma dentro le parti.

Nel farlo incontrerà Jasmine, una donna ferita ma non sconfitta, un’araba che non ha visto arrivare i vincitori ma li ha trovati al suo ritorno da Parigi e che faticosamente intraprenderà con lui il difficile cammino della comprensione.

Al termine di questo viaggio, che come avrete intuito comprende un’appassionata quanto impossibile storia d’amore, si specchieranno l’uno nell’altro. Non solo in quanto individui ma in quanto parte di un popolo e di una storia più grande. Senza risposte, ma con domande e occhi nuovi con cui guardare l’altro e se stessi.

Non fatevi scoraggiare dalle prime pagine, quello di Eli Amir è un libro che conquista poco a poco e, arrivati alla fine, ne vorrete ancora.

Eli Amir, Jasmine, Einaudi, 21 €

Foto: Hadar

John Lindqvist – L’estate dei morti viventi

Sdrucciola febbraio 14th, 2010

More about L'estate dei morti viventiCosa succederebbe se all’improvviso tutte le persone morte negli ultimi due mesi si levassero dalla loro ultima dimora per tornare a casa?
Facciamo che questi zombie non siano spietate creature affamate di cervelli. Facciamo che non siano animati da un fuoco demoniaco di distruzione. Facciamo che non riescano a parlare, camminino malfermi e abbiano l’attività celebrale di un’ameba e quasi le stesse capacità congnitive.
Facciamo che però conservino una vaga traccia delle persone che erano…

La domanda è: come reagirebbero i cari che li hanno perduti? Certo, molti avrebbero paura, molti si inginocchierebbero a pregare, altri tenterebbero di distruggerli.
Ma quelli che hanno perso qualcuno che hanno molto amato e non riescono a darsi pace, riuscirebbero a voltargli le spalle fingendo che non esistano?

Lindqvist ha scritto un horror, ma l’orrore che la racconta non è nei mostri evocati, è nella psiche umana e nell’assurdità di un destino che strappa le vite senza dare a chi resta il tempo e il modo di venire a patti e di dire addio.
Fino al punto che è possibile convincersi che il simulacro è la persona che si amava. Ma non si può scambiare calore con un corpo freddo e avvizzito, non c’è vita senza un cuore che batta, come riconosceranno i protagonisti di questo romanzo.

Chi cerca emozioni splatter può anche fare a meno di comprarlo. Chi ha apprezzato Lasciami entrare lo amerà.

John Lindqvist, L’estate dei morti viventi, Marsilio, 17.50 €

Christopher Moore – Fool

Sdrucciola gennaio 31st, 2010

More about FoolIl sottotitolo potrebbe essere: Re Lear come non l’avete mai letto!
L’operazione non c’entra molto con quella relativa a Jane Austen e gli zombie, ma anche Moore sembra divertirsi parecchio a maneggiare un classico. Solo che lo fa alla Moore, quindi prendendosi tutte le libertà del caso.

Della tragedia di Shakspeare rimane qualcosa: padre travolto dall’ego spartisce il regno tra perfide figlie, perfide figlie che si comportano come tali, figlia buona scacciata, un po’ di ammazzamenti tra nobili che hanno troppo tempo libero, guerra, proclami nella tempesta ecc…

Solo che Moore racconta tutto ciò con la voce del Matto di corte, la cui stessa biografia è trama non secondaria, e condisce di abbondante turpiloquio per rendere il tutto più sapido. A volte ci riesce, a volte esagera e sembra di trovarsi in uno spogliatoio maschile delle medie (anche chi non ci è stato ha un’idea piuttosto precisa in merito).

In conclusione, parziale ripresa dallo scivolone di Suck (che questo blog non recensisce perché, davvero, non merita troppe parole), non all’altezza del Vanglo secondo Biff, nel complesso leggibile e con qualche buon momento, soprattutto se avete in mente l’originale (ma 18 euro son proprio troppi).

E qui concluderei dicendo che il merito di queste operazioni di riscrittura, riuscite o meno, è che quasi sempre fanno venire una gran voglia di leggere o rileggere l’originale, che non è mai male.

Christopher Moore, Fool, Elliot, 18.50 €

Serge Latouche, Mondializzazione e decrescita – L’alternativa africana

LaLena dicembre 29th, 2009

mercato-senegalNel 1943, con sguardo lucido e profetico, Simone Weil metteva in guardia l’Europa dai pericoli e da tutte le perdite che avrebbe comportato l’americanizzazione, per cui i tragici eventi in corso stavano contribuendo a gettare fondamenta a dir poco durature, e proponeva, come antidoto per rimanere “spiritualmente vivi”, “un contatto nuovo, vero, profondo con l’Oriente”.  Oggi, scrivono Mirella Giannini e Massimo D’Amico nell’interessante prefazione a questo libro di Latouche, l’Oriente non rappresenta più una vera alternativa al mondo occidentale, le cui logiche auto-annientanti potrebbero invece essere decostruite a partire dal continente più periferico nel sistema globale dei poteri: l’Africa. Non la “derelitta Africa ufficiale”, quella della decolonizzazione abortita, ma l’Africa informale, una società che Latouche chiama “vernacolare”, dove “si è ingegnosi senza essere ingegneri, intraprendenti senza essere imprenditori, industriosi senza essere industriali”. Un laboratorio che ricicla creativamente “gli scarti della modernità” e che trova la sua espressione più eloquente nei mercati-incontro, dove ci si scambiano prodotti e parole, dove economia e tecnica confluiscono, comunque e sempre, in un tessuto sociale estremamente ricco, la vera risorsa che permette di sopravvivere nel sottosviluppo. La proposta dello studioso non è basata su ipotesi puramente teoriche, ma parte da indagini sul campo – in Senegal – e analisi accurate degli equilibri economici mondiali (Latouche è antropologo ed economista), nonché corredata da suggerimenti sulle strategie praticabili perché l’esclusione dal progresso diventi un’occasione di cui approfittare per sottrarsi alle tentazioni del mimetismo culturale e industriale. Mentre prospetta questa società alternativa al capitalismo sviluppista, Latouche spiega come l’Africa possa contribuire a disintossicare l’Occidente, spingendolo pian piano ad adottare un’ottica “pluriversalista”, tesa a una crescita collettiva che privilegi finalmente l’attenzione per l’ambiente e per i legami sociali. Secondo Latouche, infatti, il grande insegnamento che l’Africa ci può dare, se solo ci decidiamo ad ascoltarla, riguarda proprio l’ambito in cui la civiltà occidentale è più carente: quello delle relazioni, grazie alle quali questo continente conserva una sua, altrimenti inspiegabile, vitalità. Profonda e indelebile. Vista così, l’Africa può diventare il paradigma di quel progetto di “decrescita serena” che Latouche va delineando e diffondendo ormai da parecchi anni, teso a “reintrodurre una forte dose di saper vivere, in un mondo che soffre per un eccesso di saper fare”. A tal fine una convergenza tra la saggezza africana e l’esperienza storica europea potrebbe essere estremamente propizia, a patto però che essa avvenga all’insegna di una consapevolezza profonda, di un desiderio di conoscenza reale, che non si esaurisca nel solito ritornello delle “ibridazioni” e dei “meticciati”, originariamente intuizioni brillanti ma che ormai appartengono a un’ortodossia multiculturalista spesso superficiale e modaiola. Perché la vera sfida, come sostiene il teologo indo-catalano Panikkar, è intraculturale ancor più che interculturale. La convivialità è, infatti, qualcosa di molto più forte della tolleranza reciproca, perché parte dalla presa d’atto che l’alterità è intrinseca al soggetto: se io non trovo in me lo spazio in cui ospitare l’indù, il musulmano, l’ebreo, l’ateo, l’altro – nel mio cuore, nella mia intelligenza, nella mia vita – non potrò mai entrare veramente in dialogo con lui.
Questa Africa con la sua economia informale, la persistenza della solidarietà quotidiana, la sua logica del dono e una paradossale saggezza democratica basata sulla parola dà vita a un pensiero in grado di agire nel sociale, a una forma di giustizia basata sulla vicinanza e sul contatto diretto, a una precisa formulazione di un senso profondo, in cui le relazioni e il calore umano hanno un ruolo di primo piano. L’ottica di Latouche è problematizzante, a tratti le sue analisi lasciano il lettore confuso e titubante, mettono in crisi i suoi parametri. Il tratto meno convincente è forse la contrapposizione un po’ manicheistica tra un’Africa ambigua e corrotta e un’Africa, invece, che pare completamente virtuosa (per compensare la quale propongo la lettura del bellissimo saggio di Achille Mbembe, Postcolonialismo), eppure il suo discorso è avvincente. Per i ribaltamenti di prospettiva che implica, le potenzialità che schiude, il ritratto complesso del continente africano come prezioso intreccio di voci e di storie finalmente da ascoltare. Per (de)crescere.

Serge Latouche, Mondializzazione e decrescita – L’alternativa africana, Bari, Edizioni Dedalo, 2009, traduzione di Vito Carrassi, 14 euro

Orgoglio e pregiudizio e zombie

Sdrucciola dicembre 22nd, 2009

orgoglio e pregiudizio e zombie

Alzi la mano chi vedendo questo volume non ha pensato “Sarà una boiata pazzesca”. Ora la alzi chi incrociandolo non si è fermato incuriosito dal titolo (e dalla copertina).
Sono felice di deludere i primi e incoraggiare gli ultimi. Perché sì, il tentativo è audace, ma è anche piuttosto ben riuscito.
Certo, la rivisitazione del classico non può non generare un po’ di estraniamento (diciamo subito che lo stile di Grahame-Smith non può essere all’altezza dell’originale).
Ma la fedeltà al testo e la misura con cui mette le mani sul capolavoro di Jane Austen sono encomiabili e producono un libro assolutamente godibile.

La storia è quella che conosciamo, ripresa scena per scena e parola per parola. Solo, tra un ballo e uno struggimento, compaiono gli zombie, o meglio la lotta agli zombie. Al set di abilità di cui deve dar sfoggio una signorina per bene si aggiungono quindi, con sorprendente naturalezza, le “arti mortali”. Sarebbe a dire che se non sai maneggiare a dovere le stelle ninja non puoi sperare di trovare un buon marito.

Una bella scoperta per gli amanti (soprattutto “le” amanti) di Orgoglio e pregiudizio. Perché Elizabeth è esattamente come la ricordiamo, solo che manifesta il suo spirito intraprendente mozzando teste non-morte. E Darcy, beh diciamo che il perfido e pusillanime Wickam paga a caro prezzo il vizio di sedurre e abbandonare giovani fanciulle.

E si libro lo avete già letto, preparatevi al film che, come riporta Booksblog, sarà interpretato da Natalie Portman.

Jane Austen, Grahame-Smith Seth, Orgoglio e pregiudizio e zombie, Nord, 15 €

Christopher Moore – Il vangelo secondo Biff

Sdrucciola ottobre 19th, 2009

Diciamolo, non è che Biff sia esattamente un genio. Ma ha dalla sua una cosa non poco: è il miglior amico di Gesù da quando avevano 6 anni. Certo, essere il compagno di giochi e avventure del futuro messia non è facile, per quanto resuscitare lucertole sia un bel modo di passare i pomeriggi.
Ma che dire quando il tuo migliore amico divino ti trascina dall’altra parte del mondo alla ricerca di quei tre magi che hanno presenziato alla sua nascita?

Christopher Moore si è preso un bel rischio quando ha scelto di raccontare la vita di Gesù  dal punto di vista di Biff. La cosa straordinaria è che ci è riuscito benissimo, tenendosi in equilibrio tra tradizione e blasfemia e scrivendo un libro decisamente divertente!

This book you’ve read is just a story. I made it up. It is not designed to change anyone’s beliefs or worldview, unless after reading it you’ve decided to be kinder to your fellow humans (which is okay), or you decide you really would like to teach yoga to an elephant, in which case, please get videotape

Il primo buon motivo per leggerlo è che, credenti o no, passerete dei bei momenti vi diverterte a pensare che forse, alla fine, non vi dispiacerebbe pensare che le cose siano andate come le racconta Biff.

Il secondo buon motivo è che l’ultimo libro di Moore pubblicato in Italia (Suck me) non è all’altezza di Un lavoro sporco e potrebbe deludervi molto. Quindi, leggete questo :-)

E già che ci siete fate un giro sul suo blog, dove potete trovare cosette come questa:

Christopher Moore, Il vangelo secondo Biff, Elliot, € 18,50
Consigliato se vi piace: Doulgas Adams, Terry Pratchett, Kurt Vonnegut e pensate che li citino nei retro di copertina sempre a sproposito

Giuse Alemanno, Terra Nera – romanzo perfido e paradossale di cafoni e d’anarchia

LaLena ottobre 5th, 2009

terra-salento5Quando vado in vacanza mi viene sempre il desiderio che qualcuno per cui  quei posti non sono soltanto paesaggio me li venga a raccontare, illudendomi così di essere un po’ meno turista. In settembre le coste del Salento sono ogni giorno più vuote: nella seconda metà se ne vanno anche le persone del luogo, quelle che vivono soltanto qualche chilometro più all’interno, magari in campagna, dove rientrano per cominciare la vendemmia. Vorrei seguirli perché so che le loro case, i loro volti, il loro linguaggio, mi farebbero entrare questi luoghi sotto la pelle, che non mi piace quando la memoria sembra un album di cartoline. Per fortuna c’è Debora, che è di Taranto e anche se vive al nord la sua seconda bimba ha voluto nascere a tutti i costi a Manduria. E Debora mi regala questo romanzo, un libretto così sottile che te lo puoi portare dappertutto. Ci sono dentro i nomi dei posti che ho attorno: San Pietro in Bevagna, il bosco della Rosamarina. È una storia fatta di terra e sudore, di intelligenza crudele, fisicità che arriva diritta dalle cose, primitiva e perturbante. Il protagonista si chiama Nino: prende la parola che è ancora un bambino, suo padre muore quasi subito, cafone sfruttato e risucchiato dal suo amore per Annina dei secchi, la madre di Nino, “femmina carnale, [...] femmina insaziabile”, come aveva vaticinato Rosetta delle pezze, “mammana che sa pure le antiche cose”, vedendo i tre nei disposti a triangolo sotto il suo ombelico. Nino osserva e giudica – nulla gli sfugge – e Nino agisce, arriva a uccidere anche, perché il mondo in cui l’hanno messo non gli va giù: “Per i meridionali come me, dall’animo cafone, le cose che mancano valgono come le cose che ci sono. Le assenze si considerano presenze mancanti, le negazioni sono affermazioni ribaltate”. Mai un ammiccamento al lettore, mai un cedimento bonario, un tentativo di giustificare la propria freddezza e la determinazione rabbiosa che lo spinge a diventare a sua volta un padrone. Ricco, temuto e solo. Dentro a questo romanzo c’è una storia, il che non guasta. Ma c’è anche una scrittura estremamente efficace, fatta di parole che sembrano reliquie, impastate in frasi che non hanno niente di aulico tanto suonano naturali, e altre che ti viene da ripetertele in bocca perché non le hai mai sentite prima (io, per lo meno, che parlo una lingua fra Modena e Bologna), eppure ti mancavano. Ma non sono solo le parole: è come sono disposte nelle frasi. A creare un ritmo che spezza la cantilena quotidiana e inocula nell’italiano una densità diversa, come un nuovo sangue.

Giuse Alemanno, Terra Nera – romanzo perfido e paradossale di cafoni e d’anarchia, Stampa alternativa – Nuovi equilibri, 2005, 7 euro

Valerio Varesi – Il paese di Saimir

Nathan luglio 2nd, 2009

Grazie all’ennesimo cappio al collo che chiamano questione di fiducia, il Parlamento italiano ha approvato il cosiddetto pacchetto sicurezza. Con l’entrata in vigore di questa legge, gli stranieri privi di documenti regolari saranno processabili per il reato di clandestinità, la detenzione in un Centro di identificazione ed espulsione potrà arrivare a 180 giorni (6 mesi di detenzione per aver aspirato ad una vita dignitosa), i pubblici ufficiali saranno tenuti a denunciare gli irregolari e le organizzazioni d’ispirazione neo-nazista potranno pattugliare indisturbate le strade.

Sottotomo risponde a suo modo.

More about Il paese di Saimir

Il paese di Saimir non è solo l’Albania. Il suo paese è l’Italia, dove Saimir vive e lavora da clandestino, dove imprenditori senza scrupoli preferiscono reclutare per strada chi è privo di documenti, chi è costantemente sotto il ricatto dell’espulsione (e da oggi di un’imputazione criminosa) e può essere pagato oppure no, rigorosamente in nero, privo di qualunque protezione sociale e fisica.

Saimir è la vittima di un sistema di leggi che hanno il preciso scopo di escludere invece di integrare, di soffiare sull’odio invece che sulla reciproca comprensione. E l’effetto di queste leggi è davanti agli occhi di chi è ancora in grado di vedere: lo sfruttamento di chi è privato dei più elementari diritti della persona, l’arricchimento di speculatori edilizi e di mercanti di schiavi. Ed è così che Saimir, senza un’identità perché clandestino e per questo sconosciuto alle autorità del paese in cui ha scelto di vivere e lavorare, non è più una persona, ma, in nome del profitto, soltanto un corpo da sacrificare.

Valerio Varesi, Il paese di Saimir, Edizioni Ambiente, € 13

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