Altrove


Quando tutto sembra complicarsi, quando ci si sente in un vortice che risucchia e spazza via ogni cosa, quello è il momento giusto per leggere della signora Precious Ramotswe.

Fondatrice della Lady’s Detective Agency N.1 di Gaborone, la signora Ramotswe ha poche semplici regole che hanno tutte a che fare con la morale tradizionale del Botswana. Rispettare gli altri, essere sinceri e sollevare ogni tanto lo sguardo a contemplare il cielo azzurro bevendo un buon tè rosso, tanto per cominciare.

I casi che affronta con la fida assistente, la signorina Makutsi, sono semplici. Ma la mettono in contatto ogni giorno con una variegata umanità, permettendole di gettare uno sguardo benevolo sulle debolezze umane e al lettore, attraverso lei, di prendere un respiro lento e pacifico come il vento caldo che soffia dal Kahalari.

In questo vento vengono trasportate speranze e sogni di felicità, che siano un paio di scarpe azzurre o una poltrona comoda, sono lì a portata di mano per essere colte. E pazienza se le scarpe sono troppo strette e la poltrona è di cattivo gusto. La signora Precious Ramotswe e la sua “corporatura tradizionale” che sfugge ogni dieta hanno visto troppo per giudicare.

Alexander McCall Smith, Scarpe azzurre e felicità, Guanda, 14,50 €

Foto: Mario Rubio

Vedere un libro che ti è piaciuto in cima alle classifiche dà un certo brivido di entusiasmo, che magari si vorrebbe provare più spesso tanto per avere fiducia nel proprio destino di lettore.

Se poi qualcuno come Bernardo Valli su Repubblica ci scrive su un bell’articolo che dice più o meno tutto quello che ha senso dire a chi non l’ha ancora letto, resta poco da aggiungere.

gregory roberts

“Ho impiegato molto tempo e ho girato quasi tutto il mondo per imparare quello che so dell’amore, del destino, e delle scelte che si fanno nella vita. Per capire l’essenziale però, mi è bastato un istante, mentre mi torturavano legato a un muro. Tra le urla silenziose che mi squarciavano la mente riuscì a comprendere che nonostante i ceppi e la devastazione del mio corpo ero ancora libero: libero di odiare gli uomini che mi stavano torturando oppure di perdonarli. Non sembra granché, me ne rendo conto.
Ma quando non hai altro (…) una libertà del genere rappresenta un universo sconfinato di possibilità. E la scelta che fai, odio o perdono, può diventare la storia della tua vita”

Il signore che ha scritto questo meraviglioso incipit e che vedete ritatto al centro della foto ha deciso di raccontare in Shantaram un pezzo della sua incredibile storia, quella che non inizia ai tempi dell’eroina e delle rapine, in Australia, ma nell’India in cui ripara dopo l’evasione dal carcere.

Un’avventura tra chi è miserabile perché il fato lo ha fatto nascere in uno slum e chi lo diventa tradendo amici e amanti per il denaro che soffoca ogni residua dignità.

Gregory Roberts non è solo uno spettatore di ciò che racconta, è lo specchio dei volti che incontra e che deforma con le sue reazioni spostando di continuo il confine tra il bene e il male. Regalando onore ai peggiori criminali che lo accolgono come un figlio, riaccendendo qualcosa che somiglia all’amore, e forse lo è, in chi non crede in nulla.

Un libro intenso, da leggere con la calma estiva, senza sentirsi troppo in colpa se si salta qualche pagina e senza scomporsi troppo per le cadute retoriche e qualche frase troppo limata. La sua autenticità è nei suoi vizi quanto nelle sue virtù.

Gregory David Roberts, Shantaram, Neri Pozza, 23 €

Foto: Stéphane Gautronneau

Al-Aswani ‘Ala deve avere un debole per la polvere: quella della sua patria, l’Egitto, quella portata dal vento nella città americana che dà il titolo a questo romanzo, ma anche quella che siamo e che torneremo ad essere, come mostrano efficacemente le vicende dei suoi personaggi.

Dottorandi egiziani in cerca di un’occasione, americani stanchi di essere contro, uomini e donne che cercano disperatamente di “farcela”, che questo significhi avere successo o semplicemente sopravvivere alla propria cultura.

Ogni individuo è un mondo, una microstoria che si intreccia con vicende piccole e grandi che finiscono inesorabilmente per stritolarlo. Come in Palazzo Yacoubian , non c’è modo di sfuggire al proprio destino, colpevoli e innocenti sono piegati alla stessa logica che punisce ogni aspirazione.
Ma lo sguardo di Al-Aswani ‘Ala non è semplicemente cinico, c’è un voler bene a questi personaggi, come se anche lui sperasse che forse, in fondo, non tutto fosse perduto.

E forse la speranza c’è davvero, anche se non è mai detta: che i singoli si emancipino dai loro destini facendoli convergere e guardandoli dall’alto intessere le loro trame.
O forse la speranza è solo in chi legge…

Al-Aswani ‘Ala, Chicago, Feltrinelli, 17,50 €
Foto: Naked_eyes

scarpe_italiane.jpgPrima cosa: dimenticatevi di Wallander. Non c’è, non è mai esistito, non ha diritto di cittadinanza in questa storia.

Mi ricordai che talvolta mi diceva che la vita assomiglia al rapporto che le persone hanno con le proprie scarpe. Non si può sperare o convincersi che vadano bene. Le scarpe strette appartengono alla realtà.

Dodici anni su un’isola deserta tra i ghiacci svedesi per dimenticare un tragico errore non bastano a farsi dimenticare dalla vita, che ripiomba su Fredrik Welin nei panni di una donna del passato. Gli errori si pagano, ma la scelta di sprofondare la propria anima nel ghiaccio può essere riscattata. Anche da chi, fino alla fine, ha da offrire solo le proprie debolezze.

In questo libro c’è molto dolore e molto amore, equamente distribuiti con parole essenziali messe in bocca a personaggi che tacciono più di quanto dicano e riescono ciò nonostante a farsi capire benissimo.

Henning Mankell, Scarpe italiane, Marsilio, € 18
Foto: Steffe

blood.jpgSe il titolo fa pensare a un manuale di auto aiuto non è colpa di Stieg Larsson, che aveva scelto, per il primo capitolo della trilogia Millenium, il più suggestivo The girl with the dragon tattoo.

Non solo, in questo come in altri casi (comprensibili alla luce del marketing per un paese dove si legge poco), La versione angolosassone del titolo sposta l’attenzione su uno dei centri pulsanti di questo giallo svedese: il personaggio di Lisbeth Salander, di professione ricercatrice per una ditta di security, di natura sociopatica borderline.

Perché nell’affannoso tentativo di Mikael Blomkvist, reporter investigativo, di immergersi nella famiglia Vanger fino a scoprire chi dei suoi membri ha ucciso molti anni prima la sedicenne Harriet, Lisbeth gioca un ruolo essenziale.

Riassumere il disagio di chi, a forza di sentirsi trattare da anormale, si convince di esserlo. Scardinare con la sua logica non lineare ma perfettamente razionale, i ruoli di vittima e carnefice.

Come dice Lisbeth, Mikael è invece afflitto dal complesso “dell’uomo perbene” ma questo non gli impedirà di arrivare a fondo in una storia familiare in cui non sembrano esistere innocenti.

Non vi lasciate spaventare dalle mole di 676 pagine, questo è davvero un giallo che si legge d’un fiato. Certo, si respira tutt’altra aria dalle indagini mankelliane, i tocchi di streotipo a partire dalla stessa Lisbeth non mancano, ma è una lettura coinvolgente che intreccia il gusto per le cronache familiari al tema del giornalismo investigativo e della sua etica.

Stieg Larsson, Uomini che odiano le donne, Marsilio, 19,50 €

Foto: Lastexit

cirox_eden.jpgNon quello di Mattatoio n.5.
Non quello che è stato prigioniero a Dresda durante la Seconda guerra mondiale.
Non quello che ci ha lasciato quasi un anno fa, probabilmente per Trafalmadore.

Non Kurt, ma Mark, suo figlio.

Mark che ha mollato tutto (anche lui, non si esce dal filone) per fondare una comune nella British Columbia e a un certo punto è semplicemente impazzito.

Non nel modo carino in cui pensiamo che impazzirebbe un hippie, ma come tutti quelli in cui un bel giorno la schizofrenia si sveglia e inizia a mordere.
Era la fine degli anni Sessanta, di droga ne girava, ma non lasciatevi fuorviare dalle note di colore: viveva nel modo più naturale/ eppure è impazzito, si strafaceva come tutti/e quindi è impazzito.

A distanza di vent’anni Mark, vinta la malattia e diventato pediatra, racconta quegli anni, rivive e fa vivere il flusso allucinatorio.
Per dire che semplicemente la pazzia la puoi avere dentro, e un bel giorno può mangiarti la vita, nel cuore della foresta come nel centro di New York. La differenza è che nel primo caso non puoi dire che la follia è “la risposta ragionevole a un mondo insensato”.

La colpa la puoi sempre dare ai tuoi gentiori, alla tua educazione, alla tua cultura, alle droghe, alla tua fidanzata, e saranno tutte risposte vere, nessuna delle quali ti aiuterà minimamente a guarire.

Mark Vonnegut ha trascorso parecchio tempo in clinica psichiatrica e ne è uscito, imparando molte cose su se stesso e sul modo in cui funzioniamo.
La cosa più rimarchevole è l’onestà con cui racconta ogni caduta e ogni illusoria risalita. Mettendo finalmente da parte ogni morale, non come un hippie ingenuo ma come chi ha attraversato il suo personale abisso e ha voluto comprendere ogni cosa: la ragione e il delirio.

Mark Vonnegut, Eden Express, Piemme, € 16,50
Foto: Cirox

img_0737.JPGReuven e Danny vivono a Brooklyn, in quella parte di città popolata di sinagoghe e rifugio dell’ortodossia ashkenazita in fuga dall’Europa della prima metà del secolo scorso. Danny è un hassidim e figlio di un rabbino. Il padre di Reuven, invece, è un erudito studioso di Torah, tra coloro che applicano il metodo scientifico all’interpretazione.

Danny ha un destino già scritto e una mente che non sa accettare i limiti imposti dalla rigida tradizione familiare. Diventare Rabbino è invece l’aspirazione di Reuven.

Ancora una volta Potok, attraverso la voce di un giovanissimo studente di Torah, porta il nostro sguardo sull’universo dell’ebraismo tradizionale. Attraverso le parole di Reuven e la sua amicizia con Danny, percorriamo la storia del Chassidismo e scorgiamo l’immensità delle mille sfaccettature della religione del Libro. Ascoltiamo gli echi di guerra che giungono dall’Europa, incassiamo il colpo delle notizie sconvolgenti sulla shoah, seguiamo la nascita dello Stato d’Israele, la guerra scatenata dai paesi confinanti. E osserviamo l’opposizione interna anti-sionista, la dura protesta della corrente Chassidica che non vuole accettare una Eretz Israel che non coincida con l’avvento del Messiah.

Danny l’eletto è allo stesso tempo un romanzo di formazione, un affascinante affresco storico e una preziosa fonte di informazione su una religione così importante per la storia d’Europa, quanto sconosciuta e complessa.

Chaim Potok, Danny l’eletto, Garzanti, € 16,60

Foto: La Francese, UnMondodiBene

lastrada.jpgDi questo libro vi rimarranno due cose: il pungo nello stomaco di una storia inquitante e i dialoghi magistrali.

Un uomo e un bambino, di cui sappiamo poco oltre al fatto che sono tali, viaggiano a piedi per un’America devastata da tempo da un’imprecisata catastrofe che ha raso al suolo ogni cosa e quasi sterminato l’umanità.
Viaggiano senza mezzi, viaggiano verso sud, McCarthy ci parla ancora di una frontiera e di un’orizzonte in cui viene riposta l’ultima speranza.

I dialoghi sono asciutti, essenziali e incredibilmente verosimili e toccanti. Il bambino fa domande da bambino, e non è poco. Arrivati a uno specchio d’acqua in cui il padre si immerge chiede solo: “Ma io tocco?” e in mezzo al dramma della fuga e della morte che li circonda quello che rimane è la verità di quel momento.

Cormac McCarthy, La strada, Einaudi, 16.80 euro

Foto: Cirox

intothewild.jpg Il Dottor Carlo mi perdonerà se usurpo la sua rubrica-categoria, ma ci tenevo a essere la prima a parlare di un libro e di un film che ho trovato eccezionali per molti versi. Chi teme gli spoiler è messo in guardia, ma ormai della vicenda si sa quasi tutto.

La storia, vera, è quella del giovane che Chris McCandless, che un giorno del 1992 iniziò la sua avventura nelle terre estreme dell’Alaska e vi trovò la morte stremato dalla fame.

Qualcuno sostiene che il libro di Krakauer e il film di Penn raccontino cose diverse. Non ho avuto questa impressione, il libro (sul piano della qualità inferiore al film, c’è poco da fare) aggiunge degli elementi alla ricostruzione della vicenda e la innesta in un quadro più ampio arricchito da esperienze simili.

Sean Penn, di suo, ne approfitta per ricordarci che l’America non è solo la superpotenza bushista ma un paese che mantiene vivo il mito della frontiera nei suoi paesaggi e nelle sue persone.

McCandless era solo un giovane ingenuo e arrogante che ha sfidato la natura senza preparazione? Krakauer sembra più severo di Sean Penn, ma in fin dei conti entrambi ci lasciano l’opportunità di giudicare per conto nostro, basta sentire i discorsi all’uscita del cinema per accorgersene, del tipo per cui ti chiedi se hanno tutti visto lo stesso film.

A me è venuto in mente il bisogno di libertà di Larsson, con cui alcuni di noi dovranno sempre fare i conti. Che decidano di nutrirsi di bacche in Alaska, diventino disertori o non possano impedirsi di immaginare, almeno ogni tanto, che un’altra vita è possibile.

Menzione finale per la colonna sonora di Eddie Vedder, che non crea solo un supporto al film ma fornisce una terza chiave di lettura della vita di Chris.

J. Krakauer, Nelle terre estreme, Corbaccio, 16,60 €
Sean Penn, Into the wild, 2007

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