Archive for maggio, 2009

Raymond Carver – Principianti

Nathan maggio 11th, 2009

3354457814_defd5c58c5_m

Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, prima di essere tagliato si chiamava Principianti. Quell’editor, Gordon Lish, non risparmiò sforbiciate feroci, tagliando la metà del manoscritto di un Carver (lo leggiamo nelle lettere a corredo di questa edizione Einuadi) irreparabilmente costernato. Ed Einaudi, appunto, scaduti i diritti di Minimumfax, lo pubblica “in anteprima mondiale”, come urla la più classica delle fascette rosse su coperta bianca.

E così, lo hanno detto un po’ tutti, ci ritroviamo tra le mani un Carver diverso, in parte già conosciuto in Da dove sto chiamando. Un autore che lascia parlare i suoi personaggi, dove invece l’editor aveva scelto i silenzi, che procede lento indugiando nei finali, riempiendo gli spazi bianchi di quegli stop sospesi nel vuoto.

Ma non c’è solo questo. Scrisse un Baricco d’annata, in quel falso scoop di Repubblica:

(Carver) costruiva paesaggi di ghiaccio ma poi li venava di sentimenti, come se avesse bisogno di convincersi che, nonostante tutto quel ghiaccio, erano vivibili. Umani. Alla fine la gente piange. O dice Ti amo. E la tragedia è spiegabile. Non è un mostro senza nome. Gordon Lish dovette intuire che, al contrario, la visione pura e semplice di quei deserti ghiacciati era ciò che di rivoluzionario aveva quell’ uomo in testa. Ed era ciò che i lettori avevano voglia di sentirsi raccontare. Cancellò minuziosamente tutto ciò che poteva scaldare quei paesaggi, e quando ce n’ era bisogno, aggiunse perfino del ghiaccio.

Il Carver “originale” è allora meno efficacie e le sue non sono le stilettate che conoscevamo nella versione “rivisitata”. In questi racconti “integrali”, però, il suo è un affondo prolungato nella vita dei personaggi, che finalmente assumono uno spessore inedito e dove mai come prima il gioco dell’empatia personaggio-lettore si svela in tutta la sua forza.

E sarà che a me i personaggi che trovano una qualche via di salvezza mi danno un certo sollievo, sarà che ritrovo le mie contraddizioni nel rovello interiore di queste nuove pagine, ma a me questo Carver, pur con le sue pecche, mi piace assai. Solo per fare un esempio, vorrei che qualcuno mi convincesse che il racconto Una cosa piccola ma buona, mantiene, nella versione di Lish priva di finale, la stessa sapiente metamorfosi di una storia così emotivamente greve che sfuma in un finale inaspettatamente dolce e intensamente riconciliante.

Ancora Baricco:

C’ è una compassione per loro, e una comprensione di loro, che ottiene l’ acrobazia insensata di farti sentire dalla parte del cattivo. Io conoscevo il Carver che sapeva descrivere il male come cancro cristallizzato sulla superficie della normalità. Ma lì (nei racconti originali, oggi di Einaudi) era diverso. Lì era uno scrittore che provava disperatamente a trovare un risvolto umano al male, a dimostrare che se il male è inevitabile, dentro di esso c’ è una sofferenza, e un dolore, che sono il rifugio dell’ umano – il riscatto dell’ umano – nel glaciale paesaggio della vita.

Sbaglio o allora ci troviamo di fronte a un narratore meno cinico, ma finalmente votato alla rappresentazione della complessità umana e in definitiva più maturo?

Raymond Carver, Principianti, Einaudi

Foto: avventore di un pub londinese (di Sonia Squilloni)

Violetta Bellocchio – Sono io che me ne vado

Dottor Carlo maggio 5th, 2009

Ripeti per cinque volte il mio nome allo specchioPOSSIBLE SPOILER ALERT!

Layla Nistri, gestendo un Bed&Breakfast, riesce a superare i suoi blocchi e a raccontare la sua storia, rivolgendosi alternativamente a noi e al suo amico Sean, un personaggio che appare in buona parte una proiezione del Narratore, e grazie al quale i lettori possono essere istituiti.

La storia, allora, è anche un percorso verso le persone cui raccontare, volto alla presa di coscienza di volerle o di non poterne in fondo fare a meno, sebbene pieno di reticenze; il Narratore vi appare guardingo, forse irretisce, quindi si offre ma poi si sottrae, torna sulle sue, ribalta.
A soccorrerlo, in questo, sono una serie di input e output culturali eterogenei e continui scivolamenti tra i codici della comunicazione.
A sorreggere e a motivare la materia finale, sembra stare tuttavia la concezione che gli effetti del Candyman si concretizzano a prescindere dal credere o meno in lui, che bisogna però scegliere il modo in cui reagire, e che tutto è collegato e porta a qualcos’altro.

Ma forse, questo tutto è a volte troppo, necessiterebbe di una riduzione, più che di un asciugamento (perché in effetti la prosa in sé è già piuttosto asciutta, essenziale).
Bellocchio sembra avere l’esuberanza delle tantissime cose da dire.
Una ricalibratura dei confini, non sempre bilanciati, tra una letteratura più classica* e le suggestioni moderniste e pop potrebbe portare a una maggiore coesione strutturale, nonché a una organicità più sensibile tra elementi densi, divertenti, intellettualmente stimolanti.

*Per non ripetere il "di massa" del solito Franco Moretti.

Violetta Bellocchio, Sono io che me ne vado, Milano, Mondadori, 2009, € 18,00.

Eleonora Danco, Ero purissima

Jomarch maggio 4th, 2009

 danco1La ferocia della lingua quotidiana,  la più schietta e limpida, quel dialetto immediato e nello stesso tempo immaginifico. La solitudine, le nevrosi, i rapporti e gli incastri tra genitori e figli. Di questa materia è fatto Ero purissima di Eleonora Danco. Della periferia grottesca e disperata, buffa di dolori che non si chiamano mai per nome, che quasi non sanno di essere, ma che si fanno guardare socchiusi e senza schemi e trucchi.  Ammalati di vuoto e insensatezza. Sgangherati negli inciampi continui, nei tic, nelle nevrosi archetipo  di questo pezzo di uomo suburbano di inizio millennio e intorno nessun appiglio di senso compiuto. Impazienti e immobili, i personaggi della Danco, che nei suoi monologhi trova la teatralità  dello sbrego e del sospeso, sono senza condanna e senza consolazione, fatti solo di una lingua spontanea e graffiante.
Purissimi appunto.  E infatti la Danco ha la lingua arrabbiata della periferia dell’anima, di quei luoghi fatti di grumi di sogni scaduti, precipitati, impotenti ormai. Una lingua irruenta e caustica, proscenio della stessa scena, su cui camminano lenti i personaggi; un materiale mai avvitato su se stesso, ma piuttosto aperto e sensuale che ti si attacca di angoscia e malinconia e poi brucia: il vuoto e l’incomunicabilità. Con un lirismo schietto di immagini spalancate, espressive, rivive il teatro della parola, il teatro che riacquista la sua funzione catartica, espiatrice, né consolatoria, né giudicante, ma solo il dispiegarsi asciutto della vita.

Eleonora Danco, Ero purissima – Minimum Fax, Roma 2009 – Pagine: 95, 10 euro