Mia Couto, Terra sonnambula
LaLena aprile 9th, 2009

Leggere Terra sonnambula è stato come ricongiungere tanti fili che da anni inseguivo e provavo a intrecciare, ha significato ritrovarli inaspettatamente tutti insieme a ordire un romanzo bellissimo, che ci parla da una diversità che subito sembra totale ma che, a poco a poco, sa raggiungerci attraverso il movimento universale dell’immaginazione che si schiude per cauterizzare la ferita, della catastrofe che lotta per riuscire a farsi racconto, riconquistando il diritto al sogno anche per gli ultimi, i “dannati della terra”.
Siamo nel Mozambico della guerra civile (1977-1992) e tutto è come giunto alla fine, le cose sembrano ormai assuefatte a una “rassegnata pratica della morte”. Anche la strada si è fermata, uccisa dalla guerra. Un vecchio e un bambino camminano lungo quella strada, in cerca di un rifugio: decidono di ripararsi dentro un autobus bruciato da poco, con a bordo ancora dei cadaveri, carbonizzati. Accanto a uno dei corpi, i due trovano dei quaderni, i “quaderni di Kindzu”, che il bambino comincia pian piano a leggere al vecchio, dapprima diffidente davanti a quelle parole per lui indecifrabili ma, ben presto, tanto coinvolto da non poter più fare a meno di quelle storie, non meno dure delle loro, ma trasformate in vite raccontate dalla voce del piccolo Muidinga e pervase dal fantastico, che nelle sue manifestazioni più alte non è mai invenzione gratuita ma piuttosto necessità inderogabile, unica via possibile per ritrovare un contatto con la realtà. Perché la parola davanti all’orrore è costretta ad ammutolire o a ripartire da zero, rimescolando le carte un tempo separate del vero e del falso: “Con la guerra capita una cosa: tutto diventa verità. Si varca la frontiera, morte e vita diventano gli intercambiabili lati di un’unica linea.”
Leggendo e ascoltando le storie di Kindzu, confondendosi con loro, il bambino e il vecchio riescono finalmente a riappropriarsi della loro storia e ritrovano la loro infanzia che sembrava irrimediabilmente azzittita dal vuoto che li circonda. L’indigenza assoluta in cui sopravvivono riesce, grazie ai quaderni, a lasciare un piccolo spazio per il desiderio, “desiderio del testo”, certo, se vogliamo scomodare Barthes, ma di un testo che recupera e amplia la sua radice etimologica, quel textum che è, sì, tessuto, ma anche e soprattutto nel senso di tessuto corporeo, fatto di carne muscoli pelle e sangue. Persone. Percorsi. Ogni persona con una vita che è unica, ma spesso è solo quando questa vita diventa racconto che ce ne accorgiamo. Inventandosi una nuova lingua, attraverso un’originalissima manipolazione del portoghese trapiantato in Africa dai colonizzatori europei, Mia Couto arriva a farci capire davvero che è proprio l’unicità ciò che ci accomuna tutti, facendoci sentire elementi irripetibili di un universo condiviso che sulle nostra singole, ineludibili, alterità intesse la sua trama, annullando le dicotomie a cui ci siamo assuefatti e creando terze, quarte, infinite vie, senza mai rimuovere il tragico, senza mai farsi annientare dalla morte.
Mia Couto, Terra sonnambula, Guanda, € 7,50.



mi aggancio alla forza dirompente di questo post così appassionato per chiedere al boss di sottotomo se non è giunto il momento di creare un’etichetta Africana per dare giusta collocazione alle coraggiose lettere di questo continente.
.. corro a creare un gruppo di pressione su fb
Ogni tui desiderio è un ordine. Bellissima recensione
Grazie, sono contenta. Anche per la nuova etichetta che l’Africa adesso m’interessa tanto. Grazie ancora anche a Panzallaria: voi navigatori navigati forse non v’immaginate neanche la soddisfazione che ho provato a linkare il trailer del film!