Archive for marzo, 2009

Benvenuta LaLena

Sdrucciola marzo 22nd, 2009

Con grande piacere dò il benvenuto a LaLena, sottotoma nuova nuova le cui letture saranno sicuramente contagiose.
Tanto per intenderci, se non fosse stato per lei non avremmo scoperto L’arte della gioia.

Antonio Lobo Antunes – L’ordine naturale delle cose

LaLena marzo 21st, 2009

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Lisbona è una città  selvatica. Giungla densa di case povere e coloratissime nei quartieri popolari, formicai di pietra umida e di persone, dove la natura s’insinua a frammenti, come una cellula impazzita. La sua geografia la condanna al balenare dell’imprevisto.

Un lembo del suo fiume largo che svolazza in lontananza dietro i tetti fitti delle case, la foresta del Monsanto che salta fuori dietro le  arterie a quattro corsie che tagliano la periferia: Lisbona è luogo costituzionalmente votato all’epifania. E questo, per me, è Antonio Lobo Antunes che lo sa dire meglio di tutti. Perché L’ordine naturale delle cose è proprio quello che scaturisce dal vivo groviglio malinconico di questa sua città amata e odiata, più vera così stravolta dall’immaginazione, un ordine necessariamente sovvertito dalle fantasie malate del caos.

Sarà  forse perché per raccontare la noia e la disperazione senza rimanere invischiati nella morte di ogni possibilità  di riscatto – anche solo estetico, se poi questo è poco – per arrivare a dire, davvero, il trascinarsi patetico di personaggi più marginali che emarginati, un buon metodo è proprio quello di guardare la realtà  con sguardo straniato e impietoso, lasciandola delirare,  perdendosi fra le sue rovine, anche umane, accogliendone le improvvise folgorazioni oniriche.
E allora quell’espressione, “ordine naturale”, si carica di una determinante sfumatura ossimorica perché l’ordine in natura esiste, è basilare, ma c’è sempre un “anello che non tiene”, una cellula impazzita appunto, che impedisce la linearità  monotona, portando con sé nuova, sempre imperfetta, vita.

Antonio Lobo Antunes, L’ordine naturale delle cose, Milano, Feltrinelli, 2001, traduzione di Rita Desti

Eraldo Affinati – Berlin

Sdrucciola marzo 15th, 2009

berlin1Sette pronomi per sette giorni. Sette modi per raccontare una città incredibile, nata e risorta infinite volte. Chiunque ci sia stato e l’abbia amata troverà qualcosa in cui riconoscerla e riconoscersi.

Edoardo Affinati riesce benissimo nel difficile compito di creare percorsi attraverso il tempo e lo spazio che davvero restituiscono l’unicità di una città, fino ai suoi odori.
Un insieme composto da tante tessere di puzzle quanti sono i suoi quartieri, i poteri che l’hanno dominata, le persone che qui hanno trovato vita, morte, ispirazione o la semplice quotidianità di un currywurst ben preparato.

Consiglio l’abbinamento con Il rogo di Berlino di Helga Schneider: il resoconto doloroso di un’infanzia sotto le bombe, il declino di un assurdo sogno di dominazione che si specchia nella povera umanità dei sopravvissuti.

In ogni caso, tenete in tasca un biglietto aereo, perché con questa scorpacciata berlinese vi verrà una gran voglia di partire!

Eraldo Affinati, Berlin, Rizzoli, 17 €

Zack Snyder/Alan Moore, Dave Gibbons – Watchmen

Dottor Carlo marzo 10th, 2009

WatchmenWatchmen, per molti versi, è il capolavoro fumettistico di sempre.
Un romanzo grafico che tratta, con taglio molte volte filosofico, di questioni fisiche e temporali, di psicologia criminale e psicanalisi, di etica, di politica, di società.

L’opera, allo stesso tempo, si pone come riflessione metaletteraria sul genere supereroistico, con conseguenti decostruzione e demolizione strutturale, immergendo “le maschere”, sia come personaggi finzionali di un modo narrativo, sia come metafore rappresentative di caratteri umani tanto specifici quanto generali, in un contesto ucronico realistico.

Tale realizzazione avviene in un testo densissimo e stratificato: dal punto di vista dei codici, per cui alla narrazione fumettistica si accompagnano estratti di romanzo, interventi saggistici di scienza naturale, stralci di giornalismo scandalistico, referti medici, verbali polizieschi, programmi aziendali; e dal punto di vista della stessa strutturazione narrativa, nella quale vari sottotesti si intrecciano anche in una stessa vignetta, si richiamano a distanza, alludono ad altri.

Un simile lavoro rifondativo caratterizza anche i disegni. Gibbons infatti usa un tratto pulito e una costruzione classica della tavola, con cui tuttavia compone vignette intensissime e cariche, corrispettivo visivo della stratificazione testuale, e spesso in una scansione che si pone già come filmica.

Appariva impossibile, date queste premesse e la lunghezza stessa del romanzo grafico, che la riduzione cinematografica non risultasse comunque semplificata.
Il film, infatti, asciuga e destratifica; abbandona le profondità delle riflessioni sul tempo, tralascia la rappresentazione dolorosa del rapporto psicanalitico, e abolisce anche i geniali intrecci intertestuali e di codici linguistici.

Il restare fedelissimi al libro avrebbe portato, per coerenza, a una miniserie di, tipo, otto/nove ore. Il film prodotto si ferma pertanto a una tentata fedeltà, peraltro perseguita in maniera pedissequa, al puro livello visivo e del testo più immediato.
A questo scopo puntano la ricostruzione sorprendente e maniacale delle tavole di Gibbons, nella loro ricchezza e pienezza (parecchie inquadrature sembrano raccontare una storia di per sé); la scelta azzeccatissima degli interpreti (su tutti Rorschach e il Comico, e con l’unica, ma grossa, eccezione di Ozymandias).

La produzione, affidando il film a uno come Snyder, fino dall’inizio sembra avere puntato sul grande pubblico, sul main-stream, anche per il taglio tonale dark e cupo già abbondantemente sdoganato e di facile riconoscimento.
In questa direzione vanno anche le poche parti in cui agli sceneggiatori è stata concessa un po’ di libertà: ed ecco allora Snyder sbizzarrirsi con una ultraviolenza iperrealistica alla maniera tamarra di 300 e con ralenti e spettacolarizzazioni di impronta matrixiana (laddove Gibbons si moderava con grande misura).*

Del progetto di Moore di decostruzione e demistificazione del supereroe sembra restare solo qualche accenno, al di là del mero livello testuale: nella resa della buffoneria di costumi e maschere in contesti “reali”, e negli (in realtà non troppo percettibili) accenni visivi ad alcune caratteristiche fisiche poco consone all’immaginario supereroistico classico.

Ma anche molti degli stessi elementi testuali risultano come svuotati dall’interno, a causa della estrema velocizzazione del narrato e dei tagli in sceneggiatura, che più che a una condensazione portano a uno sparpagliato accumulo orizzontale. Della pregnanza rimane spesso solo una patina.

La realtà e la portata innovativa profonde del romanzo paiono allora per lo più perdute quando non, a volte, snaturate. (Non a caso Alan Moore si è fatto togliere dai crediti.)
Mentre in superficie il film si presenta in sostanza come un compitino illustrativo, che pure strappando una sufficienza abbondante, secondo canoni e terminologia classici riesce a essere infinitamente più “fumettistico” del romanzo grafico.

*Bisogna ammettere che delle due differenze rispetto all'originale, l'una appare coerente con il restante testo filmico, l'altra addirittura migliora un piccolo punto debole.

Alan Moore, Dave Gibbons, Watchmen, Planeta DeAgostini, 2007, 35,00 €

Zack Snyder, Watchmen, USA, 2009