W.G. Sebald – Austerlitz
Nathan febbraio 19th, 2009
Chi ha affrontato il viaggio attraverso i secoli di storia del popolo ebraico al Jewish Museum di Berlino sa di cosa si parla qui.
Leggere questo libro di Sebald è come attraversare il Giardino dell’Esilio, progettato, come tutta la struttura del museo, da quel genio visionario di nome Daniel Liebeskind. Un piano leggermente inclinato su cui camminare, alte stele di cemento che confondono l’orientamento, luce che filtra dall’alto di un cielo solo intravisto.
Austerlitz, il protagonista del libro, è un professore di storia dell’architettura, più di ogni altro consapevole di come i luoghi e le costruzioni diano forma tangibile al carattere, all’identità e al destino di un intero popolo. Austerlitz è uno sradicato, un bambino salvato dalla furia nazista sull’Europa orientale. Cresciuto in Inghilterra da genitori adottivi, preda della vertigine di un passato rimosso dalla sua memoria, Austerlitz si mette sulle tracce della sua vita dimenticata.
Disegnerà il volto della madre attraverso le parole di una sopravvissuta, ne seguirà il cammino di deportata, condiviso, sebbene a distanza, anche dal padre. Entrambi persi per sempre nel gorgo di quegli anni di guerra.
Ma in questo libro la vertigine di Austerlitz è anche quella del lettore. Le lunghe descrizioni di antiche fortezze, che la storia ha dichiarato sconfitte dagli assedi. Le minuziose osservazioni di oggetti e luoghi e manufatti. E le discese improvvise, la narrazione pura che irrompe, i diritti cancellati, le persecuzioni, un volto su una foto sfocata, la desolazione della memoria che non delinea i contorni e li lascia fuggire.
…. Menukhah, la moglie del rabbino, decise di emigrare dalla Lituania in Sudafrica con i nove figli e, di conseguenza, lo stesso Jacobson trascorse la maggior parte della sua infanzia nella città di Kimberley, situata accanto all’omonima miniera di diamanti. A quell’epoca le miniere – così lessi mentre sedevo davanti alla fortezza di Breendonk – erano già state nella maggior parte dismesse, comprese le due più grandi, la Kimberley Mine e la De Beers Mine, e poiché mancavano di recinzione era possibile spingersi – se si aveva il coraggio di farlo – sino al limite più avanzato di quelle enormi cave e guardar giù in un abisso di migliaia e migliaia di piedi. Davvero orrido, scrive Jacobson, era vedere che a un passo dal terreno solido si spalancava un simile vuoto, comprendere che non vi era transizione alcuna, ma solo quella linea di confine, da un lato la vita nella sua ovvietà e dall’altro, di questa vita, l’inimmaginabile antitesi. L’abisso, che nessun raggio di luce riesce ad attingere, è l’immagine impiegata da Jacobson per indicare la storia remota e sommersa della sua famiglia e del suo popolo che di laggiù, ne è ben consapevole, mai potranno risalire in superficie.
Come il visitatore del Giardino dell’Esilio, l’equilibro di Austerlitz vacilla, non restandogli altra scelta che errare. Fino alla fine.
E noi, che leggiamo, saremo con lui. Finché avremo occhi per farlo.
W.G. Sebald, Austerlitz, Adelphi, € 12



