Archive for gennaio, 2009

La rivincita del calzino spaiato a Bologna

Sdrucciola gennaio 31st, 2009

Segnatevi questa data: il 25 febbraio il Teatro della rabbia porta in scena il monologo tratto dalle avventure della nostra Panzallaria!

25 Febbraio 2009 alle 21
Luogo: Sala Pertini – Bologna
Organizzato da: Panzallaria – Teatro della Rabbia

Descrizione evento:
Questo non è un monologo sulla maternità ma il monologo di una persona che è anche mamma.
Prendere la vita a panzallaria non significa vivere superficialmente ma con ironia e leggerezza per cercare il lato buono delle cose, l’aspetto comico delle situazioni e uscire meno sgualciti dalle nevrosi della nostra società.
Panzallaria racconta il lato b della vita e della maternità: tenta di smascherare in modo scanzonato le imperfezioni di chi rifiuta le sbavature e ha intrapreso una lotta senza quartiere contro gli aspetti più inquietanti e talebani dell’essere madre oggi.
Panzallaria è Francesca Sanzo: una trentenne precaria nella vita e nel lavoro che un giorno si è improvvisata blogger e ha cominciato a scrivere, per scoprire che non poteva più farne a meno e che a raccontarla la vita è meglio di una serie tv americana. E’ nata e vive a Bologna in regime di felice e imperituro non matrimonio con il Prode Tino, protagonista involontario di molte storie. Fa la mamma di Frollina che le ha di molto riempito la vita.
Per lo più ride.
Il blog dove tutto questo è stato partorito la prima volta è: www.panzallaria.com

Info e prenotazioni: contacts@teatrodellarabbia.com
Prezzo unico: 5 €
Nel caso di adesioni numerose si farà una replica alle 22

Eduardo Galeano – Specchi

Sdrucciola gennaio 29th, 2009

Di cosa è fatta la storia del mondo?
Innanzitutto di persone. Molte delle quali non ritroverete nei libri di storia, perché non sono mai state dalla parte giusta o perché il loro posto è stato preso dalla leggenda creata nel loro nome.
E poi ci sono le guerre, i miti, le scoperte e tutti gli accadimenti che sono conquiste per alcuni, morte e oblio per altri.
Infine, ci sono le storie, che forse raccolgono tutto questo.

Eduardo Galeano è famoso soprattutto per un libro che ha sempre a che fare anche con la storia. Le vene aperte dell’America Latina ricostruiva quella del continente per riuscire a leggere nel suo presente.

Qui l’analisi diventa lungo racconto a frammenti che non cerca di raccontare tutto, ma ad ogni pagina sceglie di ricordare. Il risultato sorprendente è che dal buio del nostro passato emergono volti nuovi o vecchie conoscenze del tutto o in parte trasfigurate dalla rilettura di Galeano.

Perché mail il Che ha questa pericolosa abitudine di continuare a nascere? Quanto più lo manipolano, quanto più lo tradiscono, tanto più nasce(…). Ma non sarà  perhé il Che diceva quello che pensava, e faceva quello che diceva? Non sarà  per questo che continua a essere così straordinario, in un mondo dove le parole e i fatti si incontrano raramente, e quando si incontrano non si salutano, perché non si riconoscono?

Più prosaicamente consiglio il libro a tutti gli amanti del “Forse non tutti sanno che…” perché troveranno pane per i loro denti. E lo consiglio a tutti coloro che si domandano perché così poche donne siano citate nei libri di storia.

Eduardo Galeano, Specchi. Una storia quasi universale, Sperling & Kupfer, 18.50 €

Foto: Miss_Blackbutterfly

Isaac Singer – La famiglia Moskat

Nathan gennaio 27th, 2009

 

 E diciamolo. Mai come di questi tempi i palpiti adolescenziali hanno inciso sulle classifiche di vendita dei libri. Tra vampiri romantici e assalti di lucchetti amorosi, sembra che le librerie siano ormai assediate da ragazzini in cerca di passioni brucianti, sospiri e ripensamenti, insomma storie che accrescano l’affamato archivio delle emozioni.

 

E qui se ne trovano, eccome. Un vero e proprio diluvio di storie d’amore, di tradimenti e fughe disperate. Qui, ragazzi, si parla di un libro universale, su cui sono state scritte pagine e pagine. E allora Sottotomo che cosa può aggiungere se non che questo è un libro che si può leggere come una soap opera?

 

C’è una vecchia Varsavia sullo sfondo, dagli inizi del Novecento ai primi bagliori della seconda guerra mondiale. C’è una grande famiglia ebrea, un brulicare di mercanti arricchiti e pii rabbini. C’è la lotta tra la modernità che avanza e la tradizione che resiste. Ci sono gli hassidim e gli assimilati. E c’è la Polonia cattolica e antisemita.

 

Ma soprattutto ci sono gli uomini e le donne che consumano piccole vittorie e grandi sconfitte, che s’innamorano e che sono traditi. E che sperano nel Messia o nella Terra di Palestina e che si accontenterebbero, alla fine, anche solo di poter sopravvivere.

 

C’è tutto quello che fa un grande romanzo, consigliato agli adolescenti di tutte le età, per emozionarsi ancora, oggi 27 gennaio 2009, tornando nelle case e sulle strade di un mondo spazzato via e per sempre perduto.

 

Isaac Singer, La famiglia Moskat, Tea, € 9,90

Ugo Cornia – Roma

Sdrucciola gennaio 25th, 2009

Capita a molti di quelli che si ritrovano a vivere in una città che non è la loro, di vivere in uno stato che assomiglia allo stand by degli apparecchi elettrici. Non c’è nulla di rotto, la corrente passa come dovrebbe, eppure è come se i propri sentimenti e pensieri fossero in pausa.

Il corpo si muove, attraversa i luoghi e le persone, impara una nuova diabolica viabilità. Ma è come se la vita vera, quella in cui le cose che capitano lasciano un segno, provocano reazioni, fosse sospesa…

Ugo Cornia, come scriveva Panzallaria, regala ballate di parole dirette alla pancia. Sembrano posarsi con leggerezza, ma arrivano dritto al profondo suscitando ogni volta una inspiegabile empatia.

Ugo Cornia, Roma, Sellerio, 8 €

John Updike – Corri, coniglio.

Nathan gennaio 22nd, 2009

Harry Angstrom ha solo 26 anni, una moglie, un figlio piccolo e un secondo in arrivo. Commesso viaggiatore, con un passato da stella del basket dei campionati studenteschi, Harry guarda intorno e davanti a sé, gli occhi puntati al fondo del vicolo cieco in cui si è sorpreso a camminare. Sua moglie è un’inetta dalla personalità infantile che con lui condivide ormai solo l’amarezza di una quotidianità priva di scopi e di valore. Una casa angusta, sempre in disordine e quei stucchevoli programmi tv a corollario della sciocca dedizione di sua moglie ai super-alcolici.

Harry è in fondo alla sua strada.
Un muro di fronte e una vita da lasciarsi alle spalle.

Non rimane che correre, in fondo è ancora giovane e atletico come ai tempi del liceo, correre e scavalcare quel muro, incontro alla libertà, verso una nuova vita.
Conoscerà le strade che lo porteranno lontano, fin oltre i confini di un altro Stato, in un’America in cui si sente estraneo, da cui sente di essere respinto. E quelle stesse strade lo riporteranno alla sua città, nell’arco di una sola notte. La remota provincia del benessere americano anni ’50. Ma ancora fuori di casa, ancora alla ricerca di un giardino di libertà da coltivare per sé.

Conoscerà Ruth, una donna “libera”, come forse solo le prostitute potevano essere in quegli anni, in un contesto così piccolo, così provinciale, così borghese. Proverà a convincersi di amarla, vivendo con lei. Lascerà il lavoro per dedicarsi al giardino dell’anziana signora Smith, come fosse il suo giardino, metafora della sua libertà. Del suo ritrovato Eden.

Ma il paradiso agognato non è facile preda dell’uomo che cerca un altrove senza sapere come e soprattutto dove andarlo a cercare.
Harry è ancora una volta l’uomo senza qualità, il prodotto di una modernità raggiunta da chi è venuto prima, il prototipo dell’uomo occidentale del secondo Novecento, in cerca di una felicità che non è in grado di saper conquistare.

John Updike, Corri, coniglio, Guanda, € 17

Foto: Nut3lla

Murakami Haruki – After Dark

Nathan gennaio 15th, 2009

E questo potrebbe essere un libro del perdersi e, seppur timidamente, del cercarsi (con un romanzo un po’ corposo ci saremmo anche ritrovati).

Ma qui ci muoviamo nello spazio del racconto lungo, nell’arco temporale di una notte. Tokyo, dalla mezzanotte all’alba.
Una ragazza, Mari, che legge un libro in un bar.
Takahashi, jazzista, che la avvicina e inizia a parlare.
Lei sembra più interessata al suo libro che alle parole del ragazzo.
In mezzo, il love hotel e una prostituta cinese picchiata da un cliente. Mari, studentessa di cinese, che farà  da interprete. Il confronto con una ragazza della sua stessa età . Così lontana da lei.
E ancora Takahashi, le sue parole insistenti e il cuore di Mari che apre uno spiraglio alle confidenze. Lei ha una sorella dalla bellezza fuori dal comune, una modella sempre troppo occupata dalla propria carriera. Finché non si è sottratta tuffandosi in un sonno ininterrotto.

In questo libro di Murakami la notte è l’assenza in cui perdersi. E’ il regno del silenzio e dell’immobilità , il rifugio per chi non sa più trovare il proprio ruolo nel flusso delle giornate.

Quando infine la luce del giorno incalza e una nuova frenesia si appropria della città e tutti i personaggi, e non solo Mari, non solo sua sorella, non solo il cliente violento di una prostituta, avranno assunto la consapevolezza del proprio sottrarsi e l’inutilità  di un’attesa nel silenzio, solo allora un alito di speranza potrà soffiare sulla loro sterile immobilità.

Murakami Haruki, After Dark, Einaudi, € 18.

Provateci con gli Adelphi

Sdrucciola gennaio 12th, 2009

Image Hosted by ImageShack.us

The Book Cover Archive permette di navigare tra le copertine dei libri (purtroppo solo americani) selezionando autore, titolo, designer e molto altro. Roba da rifarsi gli occhi davvero. Ve lo immaginate con le nostre copertine? Super miti tamarri a parte credo proprio che l’effetto non sarebbe lo stesso…

Via écrans.fr

Hanif Kureishi – Ho qualcosa da dirti

Nathan gennaio 8th, 2009

Io non lo so com’è. Ma di Hanif Kureishi ne conosco due. Uno riflessivo e barbone, quello di Il mio orecchio sul tuo cuore o Il dono di Gabriel, per intenderci, di una lentezza asfissiante, un cazzeggio verboso.

E poi un’altro.

Una volta pensavo che questo secondo Kureishi, veloce e sincopato, bizzarro, divertente e insieme trasversalmente malinconico, fosse ormai perso nei lontani anni del Budda delle periferie e di The black album, nella sua personale epopea del melting pot londinese (per favore, non pensate a Un bacio appassionato. Altra robba).

E invece no.

Il Budda è tornato. Ed è diventato grande. Addirittura uno psicanalista, uno che con le parole è capace di curare. Prima di tutto se stesso, come ogni analista abilitato, del resto. E lo fa tornando ai ricordi, inseguendoli là dove non vogliono stare. Perché il passato ritorna, prima o poi, a saldare un conto che non si è pagato.

Jamal ha un segreto che si perde negli anni, una sorella con una pattuglia di figli avuti con padri diversi, un miglior amico drammaturgo sessualmente compulsivo e dedito a un ventaglio di droghe da invidia. E un amore scomparso nelle pieghe del tempo.

Pieghe, sì, non è solo un luogo comune linguistico. Perché per Kureishi il tempo narrativo è una coperta che lui non smette di arricciare e distendere. Può farvi arrabbiare o divertire. Ma in questo libro c’è una velocità di virata che vi stupirà, una voce che corre e salta, si arrampica sulla stoffa e precipita in volata e che pennella, sempre sulla stessa coperta, personaggi che s’innalzano davanti a te e ti toccano proprio lì, in mezzo al petto.

E la forza di questo libro è tutta qui. Una voce che corre e saltella con una leggerezza che nemmeno il tuo peso avrà più importanza e la forza di personaggi che bilanciano (e anche qualcosa in più) i difetti di una trama che qui mostra una crepa e là un cedimento.

 

Hanif Kureishi, Ho qualcosa da dirti, Bompiani, € 19,50

Ian McEwan – Il giardino di cemento

Nathan gennaio 1st, 2009

Che il più grande scrittore di lingua inglese vivente (obiezioni?) possa aver fatto in qualche rara occasione cilecca, non voglio e non posso davvero escluderlo. E’ successo con l’ambizioso Espiazione e parrebbe esserci ricaduto con quel Chesil beach che è stato probabilmente solo un tessuto connettivo infilato tra un romanzo e un altro per non perdere il contatto con un pubblico ormai affezionatissimo.

Ma dopo quelle immense pietre miliari dal titolo Bambini nel tempo e L’amore fatale, il nostro non ha smesso di tracciare la sua strada di narratore del più prezioso asfalto antisdrucciolo che ci possa capitare di solcare.

In questa caso il cemento. Quello steso in giardino da un padre malato di cuore che non ha più la forza, non solo fisica, di curare. Quello usato per nascondere un segreto agghiacciante. Quello che trasforma un quartiere residenziale in un agglomerato di grattacieli indifferenti alle atrocità.

Quattro bambini e la voce di uno di loro. Jack, le turbe di un preadolescente e il suo sguardo sospeso tra il sogno e un’immobile irrealtà. Alle sue parole non possiamo smettere di credere, ai suoi pensieri rimaniamo incollati. E’ un gioco cinico che McEwan maneggia come sa. A lui non basta la sospensione dell’incredulità, lui entra in casa tua, una mano sul collo, ti spinge la faccia sulle pagine, fin dentro alla testa dei suoi personaggi. E il pensiero deviato di Jack diventa il tuo, le pulsioni sessuali incontrollate ti crescono nella pancia, l’orrore di quella cantina ti scorre nelle vene.
Fino al risveglio (ma sonno non c’è), quando la normalità irrompe nell’ultima pagina, alzi la testa e scopri, con sollievo, che anche tu sei qui.

Ian McEwan, Il giardino di cemento, Einaudi, € 9.

Foto: L’archivio.com