Jamaica Kincaid – Lucy
Nathan dicembre 29th, 2008
“Ci sedemmo per terra e mangiammo. Intorno a noi c’erano i resti del suo matrimonio: calici da vino e da acqua in cristallo, piatti di porcellana con i bordi profilati in oro zecchino, vera argenteria. Avrebbe dato via tutto ciò insieme a molte altre cose che erano appartenute alla sua vita coniugale. Mi disse di prendere ciò che volevo, ma io non volli nulla. Non riuscivo a immaginare di vivere con nessuna di quelle cose; tutto mi ricordava, come credo ricordasse anche a lei, il peso del mondo”.
Lucy è un marziano sceso sulla Terra. Arriva dalle Antille, lei, e approda a Manhattan. Un’altra isola. Altro pianeta. Ragazza alla pari in una famiglia da rivista patinata. Dalla siccità dei rapporti bruciati dal sole alle porcellane dei buoni sentimenti, il mondo si capovolge. Quello che viene con te è un’aridità che ti porti dentro e che ha il potere di asciugare le parole e annichilire l’affettività, ma anche quella di guardare dove gli altri non guardano.
Lucy, come Jamaica Kincaid, è una profuga volontaria che guarda il nostro mondo per dirci come stanno le cose. Nelle sue parole nessuna empatia con la nuova città, nessun nuovo sentimento che confonda la severità dello sguardo, in un fluire di eventi che giorno dopo giorno passano e vanno via, come acqua sulle ferite.
“Ero sola al mondo. Non era un risultato di poco conto. Pensavo che nel frattempo sarei morta. Non ero felice, ma mi sembrava chiedere troppo”.
Jamaica Kincaid, Lucy, Adelphi, € 11
Foto: FrizzText


