Una solitudine troppo rumorosa, Bohumil Hrabal
Jomarch Agosto 26th, 2008
Ho questa maledetta ostinazione di amare i libri che parlano di libri. Così ho tirato giù tutto d’un fiato Hrabal rosicchiando un fruttino di marzapane per circa 88 pagine. “Perchè io sono un po’ uno spaccone dell’infinito e dell’eternità e l’Infinito e l’Eternità forse hanno un debole per le persone come me”.
Ho sempre questa maledetta predilizione per i libri dolenti ed emotivi e poi nello stesso tempo asciutti, quasi crudeli, in questo caso carnali.
Allora, oggi è sabato, rosicchio un fruttino di marzapane, il cielo è proprio azzurro azzurro e c’è Vivaldi nell’aria, tra le mani carta.
Già, perchè la materia ultima di questo libro è la carta, uguale alla materia prima, poi a plasmarla il fuoco intellettuale che nasce dalla stessa carta. 35 anni di pressa e birra e Praga. 35 anni e quintali di libri salvati dal macero che pesano sulla testa di Hanta, portati a casa in un’ispirazione subliminare, contro la propria volontà .
“Così adesso presso in quella mia pressa meccanica carta vecchia, nel cuore di ogni pacco inserisco un libro aperto di un filosofo classico”.
Una solitudine troppo rumorosa, fitta di vociare, chè i libri non smettono mai parole, poi suggestioni di un ubriaco, ubriaco di classici dimenticati, alcool, e bottoni da pigiare, zingari e Kant, surmolotti, fogne, carta putrescente o insanguinata, resti di macellerie. Tutto intorno una “luce ricciolina” che viene da un forno di ghisa spaccato e travi che scricchiolano per il peso di libri.
Una scrittura minuta che sembra quasi nata alla luce di una candela. La carta “corrente”, eco della vita che scorre quotidianamente, libri, storia di quella vita. Tutto in punta di piedi, pudico e sottovoce. Tutto per cercare di salvare qualche frasetta-caramella da succhiare in solitudine.
Hanta è così, il sogno, l’archetipo dell’operaio che trova nella sua “meccanica” il luogo delle idee, un’appendice spirituale, a volte mistica, alla routine lavorativa. Hanta si trova sullo spartiacque, sotto quella trave su cui preme quell’altro lavoro e sotto cui sente scricchiolii continui, fin quando quella trave non potrà che cedere.
