Sdrucciola luglio 24th, 2006

Siamo a Istanbul, sul finire del XVI secolo, e alla corte del sultano si è consumato un efferato delitto: il miniaturista Raffinato Effendi è stato ucciso e gettato in un pozzo. Al centro dell’intrigo i maestri del laboratorio di miniatura del sultano e i misteriosi disegni segretamente commissionati da Zio Effendi, anch’egli vittima dell’oscuro traditore.
Nei panni dell’investigatore, ma non sempre dell’io narrante, Nero, ritornato dopo quindici anni nella città da cui lo allontanò la scoperta del suo amore per Sekure, figlia di Zio Effendi.
Le complicate vicende familiari e amorose raccontate da Pamuk si intrecciano delicatamente al giallo di corte, costruendo un paesaggio narrativo del tutto simile alle miniature descritte.
Lo scrittore turco cerca di alternare levità e incisività, come appunto in un disegno, soffermandosi di volta in volta su un particolare del quadro con parole spesso ricche di suggestioni.
E’ sempre imbarazzante ammettere che un libro che riteniamo complessivamente buono e meritevole ci ha occasionalmente annoiato a morte.
Si tende a cercare la causa nel ritmo o nella prolissità e quasi sempre si trova la chiave del mistero ma il senso di colpa rimane.
L’unico rimedio in questi casi, è il conforto di aver condiviso la sensazione con qualcun altro.
Sperando quindi che altri ammiratori di Pamuk facciano outing non esito a dire che senza una cinquantina di pagine la lettura di Il mio nome è Rosso sarebbe stata un’esperienza più piacevole e avrebbe meritato all’opera un posto di primo piano tra i miei preferiti.
Per attenuare il senso di colpa e consigliarne comunque la lettura vale la pena di evidenziare un aspetto significativo del libro. Il giallo trae spunto dalla diatriba tra miniatura tradizionale e disegno europeo. Il confronto tra i due stili, si evince dalle pagine più stimolanti di Pamuk, non è semplicemente una questione di soggetti. L’artista europeo ritrae il mondo dal suo punto di vista, cosa che si esprime prima di tutto sul piano tecnico (la prospettiva, la verosomiglianza).
Il miniaturista, invece, si colloca ai piedi di Allah e ritrae, spesso a memoria, il mondo immaginato da Dio.
Il merito di Pamuk è calarci lentamente in un orizzonte del tutto differente, in cui le basi della nostra estetica vengono radicalmente messe in discussione. Gli spunti di riflessione sono infiniti e molto stimolanti, non soltanto per comprendere le diverse evoluzioni dell’arte ma l’irriducibile e proficua diversità tra le culture.
Il consiglio quindi è: leggetelo. Con calma, senza il sole a picco, saltando qualche riga e magari qualche pagina, senza sensi di colpa:)
Ohran Pamuk, Il mio nome è Rosso, Einaudi, 8.26 euro
Il sito dello scrittore: www.orhanpamuk.net