Ian McEwan - Il giardino di cemento

Nathan Gennaio 1st, 2009

Che il più grande scrittore di lingua inglese vivente (obiezioni?) possa aver fatto in qualche rara occasione cilecca, non voglio e non posso davvero escluderlo. E’ successo con l’ambizioso Espiazione e parrebbe esserci ricaduto con quel Chesil beach che è stato probabilmente solo un tessuto connettivo infilato tra un romanzo e un altro per non perdere il contatto con un pubblico ormai affezionatissimo.

Ma dopo quelle immense pietre miliari dal titolo Bambini nel tempo e L’amore fatale, il nostro non ha smesso di tracciare la sua strada di narratore del più prezioso asfalto antisdrucciolo che ci possa capitare di solcare.

In questa caso il cemento. Quello steso in giardino da un padre malato di cuore che non ha più la forza, non solo fisica, di curare. Quello usato per nascondere un segreto agghiacciante. Quello che trasforma un quartiere residenziale in un agglomerato di grattacieli indifferenti alle atrocità.

Quattro bambini e la voce di uno di loro. Jack, le turbe di un preadolescente e il suo sguardo sospeso tra il sogno e un’immobile irrealtà. Alle sue parole non possiamo smettere di credere, ai suoi pensieri rimaniamo incollati. E’ un gioco cinico che McEwan maneggia come sa. A lui non basta la sospensione dell’incredulità, lui entra in casa tua, una mano sul collo, ti spinge la faccia sulle pagine, fin dentro alla testa dei suoi personaggi. E il pensiero deviato di Jack diventa il tuo, le pulsioni sessuali incontrollate ti crescono nella pancia, l’orrore di quella cantina ti scorre nelle vene.
Fino al risveglio (ma sonno non c’è), quando la normalità irrompe nell’ultima pagina, alzi la testa e scopri, con sollievo, che anche tu sei qui.

Ian McEwan, Il giardino di cemento, Einaudi, € 9.

Foto: L’archivio.com

Jamaica Kincaid - Lucy

Nathan Dicembre 29th, 2008

“Ci sedemmo per terra e mangiammo. Intorno a noi c’erano i resti del suo matrimonio: calici da vino e da acqua in cristallo, piatti di porcellana con i bordi profilati in oro zecchino, vera argenteria. Avrebbe dato via tutto ciò insieme a molte altre cose che erano appartenute alla sua vita coniugale. Mi disse di prendere ciò che volevo, ma io non volli nulla. Non riuscivo a immaginare di vivere con nessuna di quelle cose; tutto mi ricordava, come credo ricordasse anche a lei, il peso del mondo”.

Lucy è un marziano sceso sulla Terra. Arriva dalle Antille, lei, e approda a Manhattan. Un’altra isola. Altro pianeta. Ragazza alla pari in una famiglia da rivista patinata. Dalla siccità dei rapporti bruciati dal sole alle porcellane dei buoni sentimenti, il mondo si capovolge. Quello che viene con te è un’aridità che ti porti dentro e che ha il potere di asciugare le parole e annichilire l’affettività, ma anche quella di guardare dove gli altri non guardano.

Lucy, come Jamaica Kincaid, è una profuga volontaria che guarda il nostro mondo per dirci come stanno le cose. Nelle sue parole nessuna empatia con la nuova città, nessun nuovo sentimento che confonda la severità dello sguardo, in un fluire di eventi che giorno dopo giorno passano e vanno via, come acqua sulle ferite.

“Ero sola al mondo. Non era un risultato di poco conto. Pensavo che nel frattempo sarei morta. Non ero felice, ma mi sembrava chiedere troppo”.

 

 Jamaica Kincaid, Lucy, Adelphi, € 11 

Foto: FrizzText

Graziano Cernoia, Marco Pasquini - Volk

Jomarch Dicembre 23rd, 2008

Una serie di immagini, una fotografia senza trucchi, pura e cruda.
Stai lì in questa sequenza mozzafiato, un po’ caotica, un po’ incazzata, e vivi piccoli viaggi. Sali  a bordo di qualsiasi mezzo disponibile e percorri km di cellulosa che in poche frasi diventa celluloide per ritornare cellulosa in accenti di lirismo e flusso di coscienza vomitato a bordo strada.
Questo è Volk. Un esperimento linguistico a metà tra la narrazione e la fotografia, un groviglio di sensazioni, sciolte e poi legate, che ti ferma e ti dà strada, allacciandoti sotto quella potente spinta della libertà di cercare, esplorare, capire. Si può fare epica perfino in flashback, fotogrammi e  lingua gergale incrociata ed abbracciata a storie di fatica e morte. Volk è fatto di materia organica, è un fiume vischioso difficile da guadare, di quella resina malinconica e mitteleuropea, senza un’estetica codificata, né manierismo post-moderno già confezionato: qui il garbuglio è di pancia, emotivo, ruvido. Come la storia fuori dal manuale, come suonare fuori dal palco…
“Sì, dormire e viaggiare.
Sentire che tutto quello che ho alle spalle si congela, diventa davvero un ricordo.
Andare il più lontano possibile, fin dove non c’è legge”.

Graziano Cernoia, Marco Pasquini, Volk, M. Edizioni, 10 €

Tim Burton - The melancholy death of Oyster boy

iorek Dicembre 22nd, 2008

Noi tutti amiamo Tim Burton, qui dentro.

Lo porteremmo fuori a cena. Guarderemmo il Palio dell’Assunta, con lui, e gli chiederemmo consiglio per la tonalita’ di malva dell’interno auto. Lo aiuteremmo a suonare al citofono di Moccia alle tre di notte, e se ci beccano diremmo che eravamo noi. Non lui.

Nella trionfale mediocrita’ del Natale 2008, per guadagnarmi il congruo assegno che Sottotomo - all’insaputa degli altri autori del blog - mi passa annualmente, ci terrei a consigliarvi un libricino. Un libricino che - L’Orrore! L’Orrore! - costa piuttosto, pur leggendosi in circa 40 minuti (comprese pause pane e Nutella).

Di norma, a chi vi scrive vengono le bolle quando l’Autore Ce Prova (leggi: pubblico 14 parole a 8 euro e 50).

The Melancholy Death of Oyster Boy and other stories, tuttavia, va letto.

E’ il Tim Burton che amiamo. E’ una sag(r)a di personaggi inumani, osceni, terrificanti e deliziosamente teneri. Nessuno di essi puo’ esistere, e malgrado cio’ non c’e’ niente di strano a leggerne le gesta. Perche’ noi amiamo Tim Burton.

Mentre faccio una pausa pane e Nutella, allego un paio link.

Se siete proprio contrari a comprare il libricino (disegnato da Tim in persona, mica cotica), mettervi sul divano, luci basse, iPhone spento, Nutella a portata di mano e Ghana dei Mountain Goats in sottofondo, potete sempre cliccare questo link e leggerlo online. Con la stessa carica artistica di brani di Elianto letti da Calderoli, ma c’e’ recessione, e Noi lo capiamo.

Qui invece un video carino.

Sottotomo contest Natalizio

Sdrucciola Dicembre 21st, 2008

Un piccolo gioco nato casualmente tra me e Panzallaria: prendete una citazione famosa da un libro e… stavolgetela a vostro agio creando un’altra frase di senso compiuto. Per rendere la cosa più interessante mettiamo in palio un libro tra quelli commentati su Sottotomo per chi proporrà la frase più divertente o illuminante. Ovviamente i più virtuosi possono provare a combinare più citazioni;-)

Per iniziare ecco quella da cui tutto è partito (ma voi potete fare di meglio):
“Tutti i nonni affettuosi si somigliano, ogni nonno invadente è fastidioso a modo suo”

Murakami Haruki - Kafka sulla spiaggia

Sdrucciola Dicembre 21st, 2008

Kafka sulla spiaggia, dalla sua sdraio
Pensa al pendolo che fa muovere il mondo
Quando il cerchio del cuore si chiude
L’ombra della sfinge immobile
Diventa un coltello
Che trafigge i tuoi sogni

Le dita della ragazza annegata
Cercano la pietra dell’entrata.
Sollevando l’orlo del suo vestito azzurro
Guarda Kafka sulla spiaggia

Se non fossimo in un romanzo di Murakami sarebbe piuttosto difficile credere che questo sia il testo di una canzone pop degli anni Sessanta.

Ma questo autore straordinario ha la capacità di riuscire a sospenderci tra reale e immaginario e aprire innumerevoli varchi di passaggio tra uno e l’altro, fino a contaminarli entrambi.

Accanto a Tamura Kafka, il quindicenne più tosto del mondo, ci muoviamo tra boschi, libri e presagi, alla ricerca dell’entrata. Seguendo il vecchio signor Nakata, che ha perduto il senno per una comprensione più immediata del mondo, andiamo in cerca senza sapere cosa stiamo cercando.
Lasciandoci trasportare finché i fili si riuniscono a comporre la trama del mondo.

Leggere Murakami è un’esperienza del tutto singolare.
La cosa più simile che mi viene in mente è camminare sulla neve. A ogni passo in questo mondo ovattato si avverte uno scricchiolio che sottolinea il silenzio. Come L’uccello che girava le viti del mondo, anche questo è un libro del perdersi e ritrovarsi.

Murakami Haruki, Kafka sulla spiaggia, Einaudi, 20 €

Foto: Michael Mistretta

Loretta Napoleoni, Ronald J. Bee - I numeri del terrore

Sdrucciola Dicembre 8th, 2008

L’obiettivo del terrorismo, qualsiasi terrorismo, è fare sentire insicuro e fragile il suo obiettivo. Come dimostrano i recenti avvenimenti, ci riesce benissimo.
Ma c’è qualcun’altro che lavora fervidamente per farci sentire sempre più spaventati: i governi che dicono di volerci proteggere.
Come opporsi a questo dilagare della paura che paralizza la ragione? Loretta Napoleoni (economista esperta di criminalità nota ai lettori di Internazionale) e Ronald J. Bee pensano che i numeri siano un ottimo modo per riuscirci.

Numeri, fatti e statistiche al posto di supposizioni, spauracchi e leggende. Per dimostrare che le nostre probabilità di cadere vittime di un attentato di matrice terroristica sono davvero minime. Se è il caso, anche facendoci sorridere delle nostre paure:

Con la sola eccezione dei dirottatori dell’11 settembre, il terrorismo islamico è caratterizzato da una grande mancanza di professionalità. [...] come la cellula marocchina al Qaeda che si è persa nella Medina di Rabat mentre andava a farsi esplodere davanti all’ambasciata statunitense; o i “baby terroristi”, adolescenti musulmani delle Midlands brittaniche, scappati di casa per diventare martiri, che ogni sera chiamavano le madri per rassicurarle sul loro stato di salute.

Napoleoni e Bee ci spiegano nel dettaglio che per fabbricare un ordigno nulceare occorrono conoscenze, materiali e risorse energetiche tali da rendere l’operazione impraticabile per un gruppo terroristico e decisamente poco conveniente per uno stato canaglia.

Se vogliamo spaventarci davvero, possiamo sempre osservare i dati sulla crescita della criminalità comune in Occidente nell’ultimo decennio e osservare il danno della strategia della paura dei nostri governi che hanno distolto più che ingenti risorse dalla lotta contro la criminalità per destinarle alla guerra al terrorismo.

Ma lo hanno fatto per farci sentire più sicuri. Certo, con la crisi che alita sui nostri mutui e l’erosione della spesa pubblica, ci sentiamo molto più sicuri…

Ciò non toglie, come dimostrano i fatti, che il terrorismo internazionale, di qualsiasi matrice, continua a operare in vaste zone del mondo. Quello che spiegano i due autori è che se continuiamo così, costruendo e ingigantendo il mito del nemico invece di affrontare le cause che lo sostengono, non faremo altro che alimentarlo. E allora sì, che avremo ottime ragioni per avere paura.

Loretta napoleoni, Ronald J. Bee, I numeri del terrore, Il Saggiatore, 12 €

Goliarda Sapienza - L’arte della gioia

Sdrucciola Novembre 26th, 2008

Immagine di L'arte della gioia
Privi di gioia siamo poveri di tutto. La sovrabbondanza trabocca da ogni significato di questa parola che in italiano indica un sentimento soffice e intangibile come la felicità e una sostanza dura e concreta come la gemma.
Anche solo per sopravvivere, abbiamo bisogno di entrambe.
Questo consiglio di lettura è dedicato a chi le ha smarrite perché segua l’esempio della protagonista Modesta e non perda la voglia, la forza e la speranza di riconquistarle.

Come Modesta che impara l’arte della gioia da ogni dolore che vive o le passa accanto. Modesta che si ribella alle rotte già disegnate in nome della libertà di pensiero e sentimento. Modesta che oppone sempre l’autenticità delle proprie imperfezioni e debolezze all’ipocrisia del conformismo e così facendo le trasforma in forza, investendo come un’onda d’urto vitale ogni persona o cosa che incontra.

Modesta figlia di contadini diventata principessa con passi accorti e sguardo curioso, bramosa e prodiga di conoscenza e di parole quanto di gesti e carezze. Modesta solo nel nome, eccezionale nell’impresa di resistere, morire e rinascere senza mai abbandonare chi prende per mano.

Lasciatevi anche voi prendere per mano da lei. Rendete onore alla sua autrice Goliarda Sapienza, che in vita non ne conobbe, e non ve ne pentirete.

Grazie a Panzallaria per aver svelato questa gioia e averla condivisa.

Goliarda Sapienza, L’arte della gioia, Einaudi, 20 €

Najwa Barakat- Ya salam!

Sdrucciola Novembre 16th, 2008

Tutta colpa della guerra, dice Luqman. Se non fosse finita, se non avesse lasciato questo tempo vuoto di pace, sarebbero ancora i padroni della città.
La pace si è portata via l’Albino e ha costretto Najib a trovare un nuovo nemico, i ratti, su cui sperimentare torture e ossessioni. La pace ha sospeso la loro eccezionalità, che ora va riconquistata e difesa a ogni costo. Frugando tra le macerie della città, al riparo di nuove forze che vigilano sull’ordine e sulla normalità che soffoca ogni inziativa.

Come Salam, la zitella rimasta vedova di un amore inventato che prova a crearne uno nuovo sacrificando ad esso vita, affetti e senno.

Come Luqman, che però ha ancora un asso nella manica. Lui non si farà prendere, non tornerà a essere un nulla, si dedicherà da solo alla conquista di un dominio extra territoriale che gli spetta.

Najwa Barakat è una scrittrice libanese che vive in Francia e questi sono i protagonisti che ha scelto per raccontare la fine della guerra civile che per quindici anni ha devastato il Libano.
Non sono simpatici, non sono tristi reduci che si interrogano sulle sorti della patria. Sono furfanti, torturatori e assassini senza una coscienza. Sono la rappresentazione di uno degli effetti della pace in un paese impreparato ad accoglierla, incapace di fare i conti con le forze che lo hanno nutrito e dissanguato allo stesso tempo.
Sono i ratti che prosperano nella miseria e sopravvivono a ogni ecatombe aspettando con pazienza che si prepari la successiva.

Najwa Barakat, Ya salam!, Epochè, 13,50 €
Foto: Styal

Ugo Cornia - Sulle tristezze e i ragionamenti

Panzallaria Novembre 7th, 2008

Una raccolta di racconti. Un puzzle di emozioni. Una ballata di parole che ti può accompagnare per un giorno o per molte tappe. Sulle tristezze e i ragionamenti è l’ultimo libro di Ugo Cornia, scrittore modenese che coniuga filosofia e quotidiano e riesce a trovare le parole giuste, più dirette e di pancia per descrivere stati d’animo spesso molto complessi. L’assenza, l’amore, l’amicizia e la gioia e la tristezza: temi astratti ma anche molto concreti nella vita di ogni uomo.

Si legge in un giorno. Ma si può rileggere a lungo.

Ci sono racconti che fanno ridere come quello “sull’illogicità della riproduzione sessuata” e racconti che fanno più che altro pensare.

A me Ugo Cornia piace, fin dai tempi di Sulla felicità ad oltranza che resta uno dei miei libri preferiti e di lui ho già parlato anche qui scrivendo di Sulle pratiche del disgusto.

Io questo post, per convincervi che è un libro da leggere, fosse solo durante un viaggio in treno che quella del treno è forse una delle sue dimensioni migliori, lo chiudo citando un pezzo del libro, uno di quei pezzi che io - a rileggerlo - ci trovo dentro la mia estate.

Perché le tristezze che non ti affogano sono tristezze che fanno buon sangue, cioé hanno la dote principale che già nella quantità di tristezza più infinita che si possa afferrare, sia che siano bagliori di tristezze o macigni di tristezze, si sfondano verso l’allegria, come quando si parla dei propri cosiddetti morti, in quello stato glorioso delle cose in cui alla tristezza, in questo caso buona, accade di sfondarsi assolutamente e sicuramente verso l’allegria incollando le due facce della medaglia (…).

Ugo Cornia, Sulle tristezze e i ragionamenti, Quodlibet, 2008. (non so quanto costa perché me lo hanno regalato)

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