Valerio Varesi - Il paese di Saimir

Nathan luglio 2nd, 2009

Grazie all’ennesimo cappio al collo che chiamano questione di fiducia, il Parlamento italiano ha approvato il cosiddetto pacchetto sicurezza. Con l’entrata in vigore di questa legge, gli stranieri privi di documenti regolari saranno processabili per il reato di clandestinità, la detenzione in un Centro di identificazione ed espulsione potrà arrivare a 180 giorni (6 mesi di detenzione per aver aspirato ad una vita dignitosa), i pubblici ufficiali saranno tenuti a denunciare gli irregolari e le organizzazioni d’ispirazione neo-nazista potranno pattugliare indisturbate le strade.

Sottotomo risponde a suo modo.

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Il paese di Saimir non è solo l’Albania. Il suo paese è l’Italia, dove Saimir vive e lavora da clandestino, dove imprenditori senza scrupoli preferiscono reclutare per strada chi è privo di documenti, chi è costantemente sotto il ricatto dell’espulsione (e da oggi di un’imputazione criminosa) e può essere pagato oppure no, rigorosamente in nero, privo di qualunque protezione sociale e fisica.

Saimir è la vittima di un sistema di leggi che hanno il preciso scopo di escludere invece di integrare, di soffiare sull’odio invece che sulla reciproca comprensione. E l’effetto di queste leggi è davanti agli occhi di chi è ancora in grado di vedere: lo sfruttamento di chi è privato dei più elementari diritti della persona, l’arricchimento di speculatori edilizi e di mercanti di schiavi. Ed è così che Saimir, senza un’identità perché clandestino e per questo sconosciuto alle autorità del paese in cui ha scelto di vivere e lavorare, non è più una persona, ma, in nome del profitto, soltanto un corpo da sacrificare.

Valerio Varesi, Il paese di Saimir, Edizioni Ambiente, € 13

Richard Yates - Revolutionary road

Nathan giugno 28th, 2009

Su questo libro ci si può  limitare a pochissime parole:

ecco il prototipo del romanzo perfetto.

Dialoghi e pensieri che dicono tutto, compresi il contesto storico-sociale e il quadro di valori, con una esemplare economia di parole.
Profondità e rotondità dei personaggi come solo i migliori maestri…
L’alternarsi impeccabile di fabula e flashbacks.
Una scrittura che emoziona fin dalla prime pagine per una bellezza stilistica senza pari (lode ad Adriana dell’Orto per la traduzione).
La straordinaria capacità di trascinarti dentro la storia, di calarti nei pantaloni di questo o quel personaggio e di farti esclamare, almeno una volta ogni 10 pagine, “diomio, ma quanto mi assomiglia quell’idiota!”

Chi ancora non avesse letto, disgrazia sua, Francis Scott Fitzgerald, Raymond Carver, Richard Ford, Jonathan Franzen, non si affretti a recuperare il tempo perduto alla ricerca di tanti, forse per lui, troppi libri, perché sono tutti qui dentro, in questo imperdibile romanzo, forse solo un po’  caro, riproposto (già in un’edizione precedente e più economica e prima ancora di Hollywood) dalla sempre sorprendente minimumfax.

Richard Yates, Revolutionary road, minimumfax, € 18

Björn Larsson - Otto personaggi in cerca (con autore)

Sdrucciola giugno 14th, 2009

Questo singor Larsson non è quello che scala le classifiche dei libri più venduti, ma gode di una sua schiera di fan accaniti che attendono con trepidazione l’uscita di ogni suo nuovo romanzo.
Perché ogni volta non sia mai bene cosa aspettarti, da uno come Björn Larsson.
Quello che sai, è che ogni sua storia ti sussurrerrà un invito all’altrove, sia che rivisiti un classico come L’isola del tesoro, o che scelga di raccontarsi come in Bisogno di libertà.

Come in questi racconti che illuminano delle vite sospese tra l’ordinario e lo straordinario. Vite di persone che, in diversi ambiti scientifici, sono accumunate dalla spinta della ricerca.
Animate e in qualche caso uccise dalla danza tra il desiderio di conoscenza e la finitezza umana con cui fa i conti ogni tentativo di dare un senso a quello che ci circonda e che siamo.

Non contento, Larsson si butta in mezzo e diventa personaggio. Così tra il filologo, il virologo e lo speleologo, ognuno attratto dalle sue personali sirene conoscitive e ognuno preso in giro dal cosmo che tenta di afferrare, appare il romanziere in crisi. Che scova una ricetta, LA ricetta, per riprendere a scrivere.
Verità e bellezza, bellezza e verità. Ogni parola dev’essere bella e vera.

” E’ così semplice, e così disperatamente difficile”

Björn Larsson, Otto personaggi in cerca, Iperborea, 15€

Raymond Carver - Principianti

Nathan maggio 11th, 2009

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Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, prima di essere tagliato si chiamava Principianti. Quell’editor, Gordon Lish, non risparmiò sforbiciate feroci, tagliando la metà del manoscritto di un Carver (lo leggiamo nelle lettere a corredo di questa edizione Einuadi) irreparabilmente costernato. Ed Einaudi, appunto, scaduti i diritti di Minimumfax, lo pubblica “in anteprima mondiale”, come urla la più classica delle fascette rosse su coperta bianca.

E così, lo hanno detto un po’ tutti, ci ritroviamo tra le mani un Carver diverso, in parte già conosciuto in Da dove sto chiamando. Un autore che lascia parlare i suoi personaggi, dove invece l’editor aveva scelto i silenzi, che procede lento indugiando nei finali, riempiendo gli spazi bianchi di quegli stop sospesi nel vuoto.

Ma non c’è solo questo. Scrisse un Baricco d’annata, in quel falso scoop di Repubblica:

(Carver) costruiva paesaggi di ghiaccio ma poi li venava di sentimenti, come se avesse bisogno di convincersi che, nonostante tutto quel ghiaccio, erano vivibili. Umani. Alla fine la gente piange. O dice Ti amo. E la tragedia è spiegabile. Non è un mostro senza nome. Gordon Lish dovette intuire che, al contrario, la visione pura e semplice di quei deserti ghiacciati era ciò che di rivoluzionario aveva quell’ uomo in testa. Ed era ciò che i lettori avevano voglia di sentirsi raccontare. Cancellò minuziosamente tutto ciò che poteva scaldare quei paesaggi, e quando ce n’ era bisogno, aggiunse perfino del ghiaccio.

Il Carver “originale” è allora meno efficacie e le sue non sono le stilettate che conoscevamo nella versione “rivisitata”. In questi racconti “integrali”, però, il suo è un affondo prolungato nella vita dei personaggi, che finalmente assumono uno spessore inedito e dove mai come prima il gioco dell’empatia personaggio-lettore si svela in tutta la sua forza.

E sarà che a me i personaggi che trovano una qualche via di salvezza mi danno un certo sollievo, sarà che ritrovo le mie contraddizioni nel rovello interiore di queste nuove pagine, ma a me questo Carver, pur con le sue pecche, mi piace assai. Solo per fare un esempio, vorrei che qualcuno mi convincesse che il racconto Una cosa piccola ma buona, mantiene, nella versione di Lish priva di finale, la stessa sapiente metamorfosi di una storia così emotivamente greve che sfuma in un finale inaspettatamente dolce e intensamente riconciliante.

Ancora Baricco:

C’ è una compassione per loro, e una comprensione di loro, che ottiene l’ acrobazia insensata di farti sentire dalla parte del cattivo. Io conoscevo il Carver che sapeva descrivere il male come cancro cristallizzato sulla superficie della normalità. Ma lì (nei racconti originali, oggi di Einaudi) era diverso. Lì era uno scrittore che provava disperatamente a trovare un risvolto umano al male, a dimostrare che se il male è inevitabile, dentro di esso c’ è una sofferenza, e un dolore, che sono il rifugio dell’ umano - il riscatto dell’ umano - nel glaciale paesaggio della vita.

Sbaglio o allora ci troviamo di fronte a un narratore meno cinico, ma finalmente votato alla rappresentazione della complessità umana e in definitiva più maturo?

Raymond Carver, Principianti, Einaudi

Foto: avventore di un pub londinese (di Sonia Squilloni)

Violetta Bellocchio – Sono io che me ne vado

Dottor Carlo maggio 5th, 2009

Ripeti per cinque volte il mio nome allo specchioPOSSIBLE SPOILER ALERT!

Layla Nistri, gestendo un Bed&Breakfast, riesce a superare i suoi blocchi e a raccontare la sua storia, rivolgendosi alternativamente a noi e al suo amico Sean, un personaggio che appare in buona parte una proiezione del Narratore, e grazie al quale i lettori possono essere istituiti.

La storia, allora, è anche un percorso verso le persone cui raccontare, volto alla presa di coscienza di volerle o di non poterne in fondo fare a meno, sebbene pieno di reticenze; il Narratore vi appare guardingo, forse irretisce, quindi si offre ma poi si sottrae, torna sulle sue, ribalta.
A soccorrerlo, in questo, sono una serie di input e output culturali eterogenei e continui scivolamenti tra i codici della comunicazione.
A sorreggere e a motivare la materia finale, sembra stare tuttavia la concezione che gli effetti del Candyman si concretizzano a prescindere dal credere o meno in lui, che bisogna però scegliere il modo in cui reagire, e che tutto è collegato e porta a qualcos’altro.

Ma forse, questo tutto è a volte troppo, necessiterebbe di una riduzione, più che di un asciugamento (perché in effetti la prosa in sé è già piuttosto asciutta, essenziale).
Bellocchio sembra avere l’esuberanza delle tantissime cose da dire.
Una ricalibratura dei confini, non sempre bilanciati, tra una letteratura più classica* e le suggestioni moderniste e pop potrebbe portare a una maggiore coesione strutturale, nonché a una organicità più sensibile tra elementi densi, divertenti, intellettualmente stimolanti.

*Per non ripetere il "di massa" del solito Franco Moretti.

Violetta Bellocchio, Sono io che me ne vado, Milano, Mondadori, 2009, € 18,00.

Eleonora Danco, Ero purissima

Jomarch maggio 4th, 2009

 danco1La ferocia della lingua quotidiana,  la più schietta e limpida, quel dialetto immediato e nello stesso tempo immaginifico. La solitudine, le nevrosi, i rapporti e gli incastri tra genitori e figli. Di questa materia è fatto Ero purissima di Eleonora Danco. Della periferia grottesca e disperata, buffa di dolori che non si chiamano mai per nome, che quasi non sanno di essere, ma che si fanno guardare socchiusi e senza schemi e trucchi.  Ammalati di vuoto e insensatezza. Sgangherati negli inciampi continui, nei tic, nelle nevrosi archetipo  di questo pezzo di uomo suburbano di inizio millennio e intorno nessun appiglio di senso compiuto. Impazienti e immobili, i personaggi della Danco, che nei suoi monologhi trova la teatralità  dello sbrego e del sospeso, sono senza condanna e senza consolazione, fatti solo di una lingua spontanea e graffiante.
Purissimi appunto.  E infatti la Danco ha la lingua arrabbiata della periferia dell’anima, di quei luoghi fatti di grumi di sogni scaduti, precipitati, impotenti ormai. Una lingua irruenta e caustica, proscenio della stessa scena, su cui camminano lenti i personaggi; un materiale mai avvitato su se stesso, ma piuttosto aperto e sensuale che ti si attacca di angoscia e malinconia e poi brucia: il vuoto e l’incomunicabilità. Con un lirismo schietto di immagini spalancate, espressive, rivive il teatro della parola, il teatro che riacquista la sua funzione catartica, espiatrice, né consolatoria, né giudicante, ma solo il dispiegarsi asciutto della vita.

Eleonora Danco, Ero purissima - Minimum Fax, Roma 2009 - Pagine: 95, 10 euro

Christian Frascella – Mia sorella è una foca monaca

Dottor Carlo aprile 28th, 2009

Mia sorella è una foca monacaContinua a citare film americani di ogni tempo, il diciassettenne protagonista di Mia sorella è una foca monaca, ma è alla commedia all’italiana che il libro potrebbe avvicinarsi.
Di quella più valida possiede infatti l’equilibrio tra leggerezza di toni, divertimento saporoso, ambientazione sociale realistica, amarezza di fondo rispetto alla vita.
Come anche, alcune semplificazioni,* qualche tentennamento e almeno un paio di scivolate, che tuttavia si giustificano volentieri, inserite nell’insieme.

Perché questo insieme è un gradevolissimo e onesto romanzo di formazione, che strizza l’occhio all’Holden (anche con precise marche linguistiche: “eccetera” e “ci rimase secca”), ma che vuole e sa porsi nel novero della “letteratura di massa”, nel senso morettiano niente affatto deteriore di forma narrativa capace di parlare del presente riuscendo nel contempo a raccontare una storia con intreccio e personaggi in divenire.
E lo fa, peraltro, con una scrittura accorta, uno stile non anonimamente main-stream e un confidente utilizzo, virato al ludico, di un narratore per molti versi inattendibile, che il testo svela a sprazzi sapienti e ben collocati.

*Ma non sono affatto sicuro che il parlare del protagonista e di suo padre con una stessa voce, nel senso strettamente bachtiniano, non sia in realtà un accorgimento del tutto consapevole e mirato.

Christian Frascella, Mia sorella è una foca monaca, Roma, Fazi, 2009, € 17,50.

Mia Couto, Terra sonnambula

LaLena aprile 9th, 2009

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Leggere Terra sonnambula è stato come ricongiungere tanti fili che da anni inseguivo e provavo a intrecciare, ha significato ritrovarli inaspettatamente tutti insieme a ordire un romanzo bellissimo, che ci parla da una diversità che subito sembra totale ma che, a poco a poco, sa raggiungerci attraverso il movimento universale dell’immaginazione che si schiude per cauterizzare la ferita, della catastrofe che lotta per riuscire a farsi racconto, riconquistando il diritto al sogno anche per gli ultimi, i “dannati della terra”.

Siamo nel Mozambico della guerra civile (1977-1992) e tutto è come giunto alla fine, le cose sembrano ormai assuefatte a una “rassegnata pratica della morte”. Anche la strada si è fermata, uccisa dalla guerra. Un vecchio e un bambino camminano lungo quella strada, in cerca di un rifugio: decidono di ripararsi dentro un autobus bruciato da poco, con a bordo ancora dei cadaveri, carbonizzati. Accanto a uno dei corpi, i due trovano dei quaderni, i “quaderni di Kindzu”, che il bambino comincia pian piano a leggere al vecchio, dapprima diffidente davanti a quelle parole per lui indecifrabili ma, ben presto, tanto coinvolto da non poter più fare a meno di quelle storie, non meno dure delle loro, ma trasformate in vite raccontate dalla voce del piccolo Muidinga e pervase dal fantastico, che nelle sue manifestazioni più alte non è mai invenzione gratuita ma piuttosto necessità inderogabile, unica via possibile per ritrovare un contatto con la realtà. Perché la parola davanti all’orrore è costretta ad ammutolire o a ripartire da zero, rimescolando le carte un tempo separate del vero e del falso: “Con la guerra capita una cosa: tutto diventa verità. Si varca la frontiera, morte e vita diventano gli intercambiabili lati di un’unica linea.”

Leggendo e ascoltando le storie di Kindzu, confondendosi con loro, il bambino e il vecchio riescono finalmente a riappropriarsi della loro storia e ritrovano la loro infanzia che sembrava irrimediabilmente azzittita dal vuoto che li circonda. L’indigenza assoluta in cui sopravvivono riesce, grazie ai quaderni, a lasciare un piccolo spazio per il desiderio, “desiderio del testo”, certo, se vogliamo scomodare Barthes, ma di un testo che recupera e amplia la sua radice etimologica, quel textum che è, sì, tessuto, ma anche e soprattutto nel senso di tessuto corporeo, fatto di carne muscoli pelle e sangue. Persone. Percorsi. Ogni persona con una vita che è unica, ma spesso è solo quando questa vita diventa racconto che ce ne accorgiamo. Inventandosi una nuova lingua, attraverso un’originalissima manipolazione del portoghese trapiantato in Africa dai colonizzatori europei, Mia Couto arriva a farci capire davvero che è proprio l’unicità ciò che ci accomuna tutti, facendoci sentire elementi irripetibili di un universo condiviso che sulle nostra singole, ineludibili, alterità intesse la sua trama, annullando le dicotomie a cui ci siamo assuefatti e creando terze, quarte, infinite vie, senza mai rimuovere il tragico, senza mai farsi annientare dalla morte.

Mia Couto, Terra sonnambula, Guanda, € 7,50.

John Updike - Terrorista

Nathan aprile 1st, 2009

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John Updike è stato un narratore straordinario. Nella sua lunga attività di scrittore, ha dato forma e profondità alla remota provincia americana. Ha giocato con i cliché che la vogliono pigra, superficiale, individualista, raccolta in un quadro di valori auto-centrati. E miope, dotata di una limitata coscienza di sé, votata al perseguimento di una predeterminata direzione, ma senza comprenderne il senso e i significati profondi e per tutti questi motivi destinata al fallimento.

Ma i luoghi comuni culturali sono delle gabbie che limitano lo sguardo dentro uno schema coerente ma parziale, spesso fuorviante.
Occorre superarli, come fa Updike in questo splendido romanzo, un’opera immancabile per chi ama la grande letteratura. Di oggi e di sempre.

Ahmad ha 18 anni e vive nel New Jersey.
Irlandese da parte di madre ed egiziano per eredità di un padre che li ha abbandonati quando era un bambino, Ahmad è soggiogato dal fascino di una verità intransigente. L’islam propugnato da un vecchio iman yemenita è ai suoi occhi il necessario argine ad una società disorientata e debole. Gli insegnamenti coranici gli offrono una rigida linea di condotta, un quadro di valori che contrasta con quello della città in cui vive, che lo spingono all’isolamento, suggerendo giudizi severi nei confronti dei compagni di scuola e di sua madre.
Sola, con un figlio inafferrabile, Teresa ha affrontato la sfida della propria sopravvivenza e di quella di Ahmad. Fragile ed esuberante, superati i quarant’anni Teresa ha imparato a convivere con la collezione dei fallimenti sentimentali che ancora non si è lasciata alle spalle.
E poi il signor  Levy, un’opaco consulente scolastico che tenta, senza il necessario convincimento, di persuadere Ahmad dalla sua scelta di prendere la patente di camionista alla fine della scuola, invece di iscriversi all’università. E sua moglie, grassa bibliotecaria adagiata sulle consuetudini quotidiane che si accontenta dello svago di uno show televisivo….

La sapienza di Updike nel disegnare le psicologie dei suoi personaggi è quella dei grandi maestri del romanzo, la sua abilità nella costruzione del contesto ha il valore di un saggio sociologico e la solidità della trama, che in questo libro volge a un finale da thriller, fa arrossire di vergogna qualunque incensato autore da bestseller.

Ahmad si lascerà manipolare dagli uomini che hanno deciso di avvelenare la sua mente per fare del suo corpo un’arma letale.
In un finale da suspense, senza essere barbaramente concitato, Updike scaglia la sua arma di distruzione sulla massa degli scrittori da strapazzo che affollano le classifiche di vendita. E l’uomo qualunque di una molle provincia americana rovescerà un destino già scritto per affermare un inaspettato e stupefacente riscatto.

John Updike , Terrorista, Guanda, € 15

Benvenuta LaLena

Sdrucciola marzo 22nd, 2009

Con grande piacere dò il benvenuto a LaLena, sottotoma nuova nuova le cui letture saranno sicuramente contagiose.
Tanto per intenderci, se non fosse stato per lei non avremmo scoperto L’arte della gioia.

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