Ian McEwan - Il giardino di cemento
Nathan Gennaio 1st, 2009
Che il più grande scrittore di lingua inglese vivente (obiezioni?) possa aver fatto in qualche rara occasione cilecca, non voglio e non posso davvero escluderlo. E’ successo con l’ambizioso Espiazione e parrebbe esserci ricaduto con quel Chesil beach che è stato probabilmente solo un tessuto connettivo infilato tra un romanzo e un altro per non perdere il contatto con un pubblico ormai affezionatissimo.
Ma dopo quelle immense pietre miliari dal titolo Bambini nel tempo e L’amore fatale, il nostro non ha smesso di tracciare la sua strada di narratore del più prezioso asfalto antisdrucciolo che ci possa capitare di solcare.
In questa caso il cemento. Quello steso in giardino da un padre malato di cuore che non ha più la forza, non solo fisica, di curare. Quello usato per nascondere un segreto agghiacciante. Quello che trasforma un quartiere residenziale in un agglomerato di grattacieli indifferenti alle atrocità.
Quattro bambini e la voce di uno di loro. Jack, le turbe di un preadolescente e il suo sguardo sospeso tra il sogno e un’immobile irrealtà. Alle sue parole non possiamo smettere di credere, ai suoi pensieri rimaniamo incollati. E’ un gioco cinico che McEwan maneggia come sa. A lui non basta la sospensione dell’incredulità, lui entra in casa tua, una mano sul collo, ti spinge la faccia sulle pagine, fin dentro alla testa dei suoi personaggi. E il pensiero deviato di Jack diventa il tuo, le pulsioni sessuali incontrollate ti crescono nella pancia, l’orrore di quella cantina ti scorre nelle vene.
Fino al risveglio (ma sonno non c’è), quando la normalità irrompe nell’ultima pagina, alzi la testa e scopri, con sollievo, che anche tu sei qui.
Ian McEwan, Il giardino di cemento, Einaudi, € 9.
Foto: L’archivio.com
“Ci sedemmo per terra e mangiammo. Intorno a noi c’erano i resti del suo matrimonio: calici da vino e da acqua in cristallo, piatti di porcellana con i bordi profilati in oro zecchino, vera argenteria. Avrebbe dato via tutto ciò insieme a molte altre cose che erano appartenute alla sua vita coniugale. Mi disse di prendere ciò che volevo, ma io non volli nulla. Non riuscivo a immaginare di vivere con nessuna di quelle cose; tutto mi ricordava, come credo ricordasse anche a lei, il peso del mondo”.
The Melancholy Death of Oyster Boy and other stories, tuttavia, va letto.
Tutta colpa della guerra, dice Luqman. Se non fosse finita, se non avesse lasciato questo tempo vuoto di pace, sarebbero ancora i padroni della città.
